Liposuzione laser o tradizionale: come scegliere?

Oggi, e tutti ne siamo perfettamente consapevoli, il nostro successo in tutti gli ambiti, in quello sociale come in quello lavorativo, ha una componente forse discutibile ma innegabile: quella del nostro aspetto fisico. La nostra società così legata all’immagine ci impone perciò, se vogliamo assecondarne i canoni, di avere una forma impeccabile, che spesso la vita sedentaria che conduciamo, unita ad un’alimentazione raramente sana, non ci regala. Ci troviamo perciò a scoprire sul nostro corpo accumuli di grasso superfluo, pancetta, doppio mento o cellulite, che sembrano resistere tenacemente a diete e ginnastica e ci obbligano a cercare soluzioni efficaci e rapide di tipo alternativo, e quindi chirurgico.

A lungo, la risposta a questi problemi è stato un intervento che tutti conosciamo, che si dimostrò per primo rivoluzionario e risolutivo, e per questo conquistò grande attenzione e diffusione: la liposuzione che oggi noi definiamo di tipo “tradizionale”.

Per quanto obiettivamente efficace nel ridurre, anche di grosse volumi, le masse adipose superflue accumulate, la liposuzione di tipo tradizionale presentava anche significative complicazioni. Non dimentichiamo infatti che stiamo parlando di un autentico intervento chirurgico, con tutte le difficoltà e complicazioni che questo comporta, dall’anestesia al decorso post-operatorio: inoltre, nello specifico, parliamo di un’operazione molto traumatica per il corpo, che prevedeva la frantumazione dell’adipe con mezzi meccanici, e la sua aspirazione in forma solida tramite una grossa cannula, entrambi interventi che spesso erano causa di complicanze, effetti collaterali, e problemi anche gravi alla salute, e paradossalmente a volte anche all’estetica, del paziente.

1. dolore: per via del trauma subito durante l’operazione, spesso piuttosto violento, capitava spesso che dopo gli interventi di liposuzione tradizionale il paziente lamentasse gravi dolori nella zona che era stata trattata;

2. cicatrici: la cannula utilizzata per gli interventi di liposuzione tradizionale era di grosso calibro, e richiedeva quindi di praticare un tagliio significativo per introdurla nella parte da operare. A seconda della zona trattata e anche dell’abilità dell’operatore, questo poteva portare alla formazione di vistose cicatrici;

3. inestetismi: soprattutto se venivano asportate grandi quantità di adipe, poteva talvolta verificarsi uno svuotamento non omogeneo, con conseguente formazione di uno sgradevole effetto a solchi nella pelle della zona trattata, molto difficile da riparare e perfino più deturpante del problema che si era intervenuti per risolvere.

Proprio per ovviare a tali inconvenienti, la nuova scuola della liposuzione laser, o smartlipo, ha adottato un diverso tipo di approccio al problema. Se infatti effettuiamo un’attenta analisi degli effetti collaterali che abbiamo elencato, scopriremo che tutti derivano, alla fine, dalla violenza del trattamento, necessaria per spezzare e asportare il grasso in forma solida. Per evitarli, quindi, si è cercata una soluzione che non richiedesse tanta forza – e questa è stata sciogliere il grasso sottocutaneo, con il calore generato da un raggio laser, e quindi aspirarlo in forma liquida, tramite una cannula sottilissima. Il raggio laser può essere direzionato con grande precisione, per agire esattamente dove serve; e la cannula così sottile ha il vantaggio di non danneggiare i tessuti in alcun modo, il che mette al riparo dalla serie di problemi che abbiamo visto. Con il nuovo procedimento smartlipo, infatti, oltre alla significativa riduzione delle masse adipose, si ottengono risultati eccezionali in tutti i campi collaterali che abbiamo visto:

1.nessun dolore: la cannula utilizzata è tanto sottile che è paragonabile all’ago di un’iniezione, e non richiede neppure anestesia totale; l’intera azione inoltre, non avendo traumi meccanici, è tanto delicata che non danneggia il corpo e non lascia strascichi dolorosi, nè un reale decorso post-operatorio;

2. assenza di cicatrici: utilizzando una cannula molto sottile, come dicevamo, è possibile evitare l’incisione significativa un tempo necessaria per l’inserimento della stessa. Mancando l’incisione, non esistono a questo punto rischi di comparsa di cicatrici visibili, che potevano inficiare il buon risultato estetico del trattamento di tipo tradizionale;

3.nessun inestetismo: poichè il grasso sottocutaneo viene aspirato in forma liquida, la riduzione della massa adiposa è omogenea e uniforme nella zona trattata, il che mette la pelle al riparo da rischi di solcature e cedimenti, e le fa mantenere un aspetto sano anche subito dopo l’intervento.


Angus e Kobe: viaggio nel mondo della carne pregiata

Non importa se la prospettiva della serata sia una cena in compagnia, a casa, con un bel drappello di amici, o a maggior ragione un’uscita in un buon ristorante; legittimamente, oggi si desidera poter provare quanto c’è di meglio nel campo della buona cucina. E quando si parla di carne, ci sono enormi differenze fra le varie qualità. Non tutti i macellai però, e conseguentemente disgraziatamente non tutti i locali, hanno a disposizione i tagli e le qualità migliori; se chiedete al ristorante carne Milano ha svariati ristoranti in cui possono servirvela, ma è probabile non trovarne allontanandosi dalla grande città, così come è di sicuro più facile che vi possano proporre carne Kobe in un ristorante di Roma piuttosto che nelle campagne laziali in qualche osteria. Insomma, già la nostra giustamente famosa fiorentina , e ancor in maggior misura i tagli pregiati di origine straniera, sono sempre difficili da scoprire, e rimangono sfortunatamente un prodotto di scarsa diffusione, apprezzato solo in poche nicchie di amatori che se lo concedono come un lusso.

C’è però da domandarsi cosa possa poi avere di tanto particolare, a parte un nome esotico e una fama impeccabile, una bistecca pregiata rispetto a un buon taglio di carne comune, senza nomi altisonanti: è una domanda legittima. Con tutto ciò, studiando la domanda, la differenziazione risulta decisamente concreta, e fondata su basi molto concrete di biologia dell’animale allevato e macellato e di genetica della sua razza specifica, combinate alle speciali condizioni di allenamento nelle quali l’animale viene fatto crescere. Da questa fausta unione fra natura, elemento innato della razza, e allevamento, scelta scientifica e qualificata dell’allevatore, risultano alla fine delle varietà di carne eccellenti, ricche di gusto e dalla consistenza inconfondibile, che mostrano di valere appieno la fama – e il prezzo – con cui ci vengono presentate.

Per fare un esempio, da diversi anni gli appassionati di carne di manzo dimostrano un grande apprezzamento per la famosa “Carne Angus”, proprio quella di cui parlavamo poco fa: è un caso da manuale di tipicità derivanti soprattutto dalla genetica dell’animale. La carne di razza Angus ha infatti cellule ricchissime di miostatina, una proteina che regola appunto la crescita dei muscoli: in parole più semplici, questo si traduce in un contenuto di grassi alto (che dà alla carne sapore), e diffuso finemente, con un risultato detto dagli specialisti di “marezzatura” (che d’altro canto la rende insolitamente tenera)

C’è poi un’altra carne, che abbiamo nominato all’inizio di questo articolo, con caratteristiche simili, e anzi, secondo certi, anche superiori: si tratta della carne Kobe, che viene prodotta a partire da bestie di una particolare varietà della razza Wagyu. La carne Kobe ha origine in Giappone, dove le sue caratteristiche genetiche (simili a quelle appena descritte per la razza Angus, ma ancora più marcate, dato che il livello di grassi è intorno al 30% mentre nelle migliori carni dell’USDA se ne trova al massimo l’8%), responsabili della sua straordinaria tenerezza, sono state storicamente affiancate da peculiari tecniche di allevamento, come l’alimentazione arricchita con birra e l’irrorazione dell’animale con liquore di riso, fatto poi entrare nelle carni tramite il massaggio dei quarti dell’animale da parte dell’allevatore stesso..


Ai disabili non serve carità, ma diritti precisi

Le evidenti differenze nella vita quotidiana di disabili e persone non affette da tale problema sono facili da pensare, su un piano teorico, ma talora più complesse da vedere nell’immediato, quando calate nelle situazioni che si fronteggiano ogni giorno. Tuttavia, come di frequente accade con i grandi problemi, è da esempi pratici e perfino un po’ banali che è facile cogliere la situazione della parte che non si conosce, e capendola immedesimarvisi pienamente. Se, ad esempio, si tratta di salire delle scale o di prendere ascensori disabili e sani sono su piani opposti: per i primi, la seconda scelta è una necessità, laddove per i secondi è solamente una comodità.

Da questa discrepanza di esperienze e di vedute, che rende difficile alla maggior parte delle persone, non affetta da alcun genere di disabilità, capire il fatto che esista tutta una serie di servizi e strutture che per molti sono solo una comodità, ma per alcuni sono imprescindibili, nasce la scorretta visione del problema che rimane ancora, sfortunatamente, la più diffusa, ossia quella per cui sia giusto elargire ai disabili servizi e “comodità” proprio per ricompensarli di una vita difficile e faticosa.

Il problema è proprio che, al primo esame, questo appare un modo di vedere le cose molto nobile, per non dire altruista; tuttavia, un’analisi sincera lo svela come una visione superba e discriminante, che fra l’altro ha il vantaggio di costare ben poco in termini di sforzo e fatica. Guardando il problema in quest’ottica, ci illudiamo che sia una questione appunto di carità, quando è invece un impegno di civiltà e di estensione doverosa a tutti di quei diritti che giustamente ci onoriamo di definire fondanti per la nostra società.

Avvicinandoci dunque alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, proviamo ad utilizzare un atteggiamento più oggettivo, e soprattutto più razionale, l’unico che possa, con un semplice ragionamento qui riassunto in tre soli passaggi, portare a capire il vero centro della questione;

1. viviamo in una civiltà che si fregia, e giustamente, di avere riconosciuto dei diritti essenziali per tutti, che fanno parte del fatto stesso di essere umani, e che devono da tutti essere accessibili e godibili, senza alcun tipo di distinzione;

2. nel momento stesso in cui diciamo “tutti”, stiamo esprimendo un’idea fondamentale: ossia che non vi possano nè debbano essere discriminazioni nell’estensione di tali diritti – neppure quindi, com’è naturale, in base alle condizioni fisiche delle persone;

3. è però un fatto concreto e certo che, di per sè, molte disabilità possano precludere o danneggiare la possibilità del cittadino di godere dei propri diritti civili. Ne deriva che è logico e ovvio che la società civile si adoperi per rendere possibile il superamento di tali ostacoli e reintegrare la piena condivisione dei diritti stessi.

Non neghiamo che entrambe le prospettive, anche quella che critichiamo, portino nella prassi a conseguenze positive; entrambe, ad esempio, portano identicamente a combattere ed eliminare le barriere architettoniche. Non sottovalutiamo però la differenza: perchè per conferire ai disabili il rispetto e la dignità che sono loro dovuti, è importantissimo segnare una linea precisa fra quella che a taluni piace considerare carità e il fatto che è, invece, un categorico dovere sociale.


Disinfestazione: come funziona?

C’è chi dice – e a voler ben vedere, non del tutto a torto – che quando noi esseri umani dichiariamo di avere colonizzato tutto il nostro pianeta, e di esserne la specie dominante, pecchiamo di una superbia che, in termini biologici, è persino un po’ ridicola. E anche volendo decisamente prescindere da qualsiasi implicazione filosofica o etica, materie che esulano dallo scopo di questo testo, bastano anche pochi e semplici dati numerici a farci sospettare di non avere poi, forse, diritto a questo primato.

E uno dei più significativi e sconvolgenti, fra questi dati, riguarda precisamente gli insetti. Un mondo immenso, come capiamo anche istintivamente nel momento in cui pensiamo che sono insetti le farfalle che guardiamo ammirati, le mosche che ci infastidiscono, le api che impollinano i fiori, ma anche le zanzare che ci tormentano in estate, le formiche con la loro eccezionale organizzazione, i moscerini che scacciamo dai nostri frutteti… un mondo che conta un milione circa di specie catalogate, e – pensano gli entomologi – forse altrettante tuttora da individuare. E una presenza così massiccia, a così stretto contatto, non può che causare quella battaglia che chiamiamo disinfestazione.

Tecnicamente, la parola “disinfestazione” si riferisce appunto all’eliminazione, o quantomeno riduzione, del numero dei parassiti e dei danni che essi causano. E visti i numeri di cui abbiamo parlato, e la pervasività degli insetti – che sono presenti nelle nostre coltivazioni, negli impianti delle nostre industrie alimentari, finanche nelle nostre case – lavorare per limitarne la presenza e i danni diventa evidentemente un’esigenza irrinunciabile.

Un disinfestazione completa si compone di tre parti. Si comincia con un monitoraggio, momento indispensabile per assicurare il buon risultato di tutto il processo, che è a sua volta diviso in tre momenti:

1. l’analisi ambientale: prima di poter disinfestare, bisogna ragionare attentamente sull’ambiente dove si andrà ad operare, e ancor di più fornire una precisa misurazione della “pressione d’infestazione”, vale a dire della effettiva gravità del problema;

2. lo studio di quali insetti siano presenti: abbiamo prima parlato di quante varietà di parassiti esistano, e questo rende chiaro che non è possibile combatterli con efficacia se non si ha un’idea chiara di quali stiano infestando l’ambiente su cui lavoriamo;

3. schema del piano di lotta: una volta che sono state raccolte le informazioni di cui abbiamo discusso, è possibile programmare precisamente quali azioni avviare, innanzitutto per sopprimere la massima percentuale possibile di parassiti presenti, ed oltre a questo – fase altrettanto fondamentale – quali contromisure attivare per restringere, o eliminare, il futuro proliferare degli stessi, da un progetto di pulizie regolari ed accurate alla messa in opera di barriere fisiche.

Una volta effettuata la pianificazione, si passa com’è logico all’esecuzione del programma delineato anteriormente, mettendo in opera le tecniche e i mezzi adeguati, calibrati sia alla gravità del problema in essere che sulle specifiche esigenze dell’ambiente (in una coltura in campo aperto, è irrealistico, e non necessario, sforzarsi di portare a zero il numero di insetti presenti, poiché una protezione totale non è in alcun modo verosimile. D’altro canto, all’interno degli impianti di un’industria alimentare, è richiesta e necessaria un’eliminazione completa di ogni esemplare di insetto.)

Ottenuto il successo desiderato, scatta la terza fase: un diligente mantenimento delle condizioni raggiunte, tramite preciso monitoraggio dei risultati, essenziale anche per avere le eventuali certificazioni richieste in determinati ambiti operativi.


Perchè valutare una liposuzione dell’addome

Possiamo esserne contenti, semplicemente accettarlo, o opporci strenuamente, ma un fatto siamo costretti a riconoscerlo: il modo in cui ci presentiamo, insomma il nostro aspetto fisico, è ormai un elemento assolutamente determinante, sia per gli uomini che per le donne, anche in ambiti che un tempo non sfiorava. Non parliamo infatti di un semplice successo sociale, dove la bellezza ha sempre avuto un peso; oggi l’aspetto fisico è carico anche di connotati legati ad un carattere vincente, ad un atteggiamento dinamico, e un aspetto bello e sano diventa un requisito necessario perfino in un ambito come quello lavorativo. Non c’è quindi da meravigliarsi se tanti sono, continuamente, i regimi di ginnastica, i suggerimenti di dieta, i farmaci o gli interventi chirurigici che vengono sviluppati e proposti al semplice scopo di liberarsi del peso in eccesso in maniera che sia semplice e veloce, e potersi presentare in tutti i momenti della propria vita con un fisico asciutto, ormai sinonimo di carattere e quindi di successo.

Ma il mondo del dimagrimento non è nè uniforme nè semplice. Ci sono tanti tipi di problemi di peso – e quindi ci sono tanti modi di affrontare il problema del perderlo. Anche semplificando, pensiamo a due situazioni diversissime fra loro: quella di un grande obeso e quella di una persona con accumuli di grasso superfluo contenuti e localizzati. Si tratta di condizioni molto dissimili, e che richiedono approcci necessariamente differenti. Se nel primo caso infatti la priorità è l’abbattimento della massa grassa, da ottenere quindi con rigidi regimi dietetici accompagnati da un’intensa attività fisica – perchè a contare sono semplicemente i chili che si riescono ad eliminare, per alleggerire il pesante e pericoloso stress che l’obesità impone all’organismo – il secondo caso è invece purtroppo resistente a questo genere di metodi risolutivi, e richiede altre strade. Un esempio su tutti è quella tipica adiposità localizzata sull’addome che spesso ritroviamo soprattutto nei maschi, che si dimostra refrattaria ad essere ridotta con diete e ginnastica per tre ragioni:

– tempo: un dimagrimento di tipo estetico, spesso, ha un certo carattere d’urgenza: se stiamo perdendo peso per presentarci meglio a chi fa parte, a qualsiasi titolo, della nostra vita, possiamo non essere disposti ad impiegare mesi e mesi per raggiungere tale obiettivo;

– praticità: non è particolarmente complesso preparare, anche da inesperti, un regime alimentare più sano e leggero, e introdurre qualche ora di esercizio fisico nella nostra agenda quotidiana, se a interessarci è un dimagrimento in senso generico, e di certo vedremo qualche risultato. Ma non è altrettanto semplice pianificare alimentazione e ginnastica per perdere peso esattamente dove lo vogliamo, e spesso sono richieste competenze che non abbiamo;

– possibilità;se la “pancetta” è tanto diffusa, perfino su persone che non soffrono di alcun altro problema di peso o d’aspetto, è per un motivo reale: il grasso addominale è particolarmente legato al corpo e difficile da eliminare, tanto che talvolta i mezzi naturali non sono in grado, semplicemente, di eliminarlo.

Questa serie di motivi rende particolarmente desiderabile, per il dimagrimento dell’addome, una soluzione alternativa come la liposuzione. Soprattutto con le tecniche più moderne, infatti,l’intervento di liposuzione addominale offre caratteristiche ideali per affrontare questo tipo di problema:

– rapidità: se una volta l’intervento di liposuzione era accompagnato da lunghi e sgradevoli tempi di recupero post-operatori, le nuove tecniche oggi utilizzate, e prevalentemente quella laser, hanno ridotto tali tempi drasticamente, permettendo interventi che si risolvono in un paio di giorni col rientro in attività ;

– armonia: l’operatore competetente che effettua oggi una liposuzione addominale dispone della preparazione e degli strumenti per andare oltre la semplice eliminazione del grasso dall’addome, arrivando alla vera e propria scultura del corpo, per rimodellare la silhouette del paziente in modo più armonioso;

– definitività; la liposuzione, rispetto alle diete e alla ginnastica, presenta un enorme vantaggio: con le teniche moderne, va a distruggere gli adipociti che si erano saturati di grasso. In questo modo, sarà più difficile che il paziente ritorni ad una situazione simile a quella in cui si trovava prima dell’intervento, sia a livello di recupero di peso che di effettivo accumulo nella zona addominale.


L’importanza dei diritti dei disabili

La nostra intera società è teatro di una battaglia, fra tante, che pur essendo praticamente costante è anche, molto di frequente, silenziosa; è una spinta nobile e doverosa, quella a accordare a tutti i cittadini la prospettiva di godere realmente di diritti che, in altro modo, rimarrebbero solo teorici. Ci riferiamo, nello specifico, al riconoscimento dei diritti dei disabili: un riconoscimento che non si limita naturalmente all’installazione di rampe d’accesso o di montascale, per quanto possano essere elementi utili e necessaro, ma che parte da un cambiamento di modo di pensare.

A dover variare e svilupparsi, in maniera profonda e radicale, è in realtà l’ottica quotidiana con cui ci poniamo verso il problema: un’evoluzione di cultura che va a toccare abitudini e meccanismi sovente radicati in maniera profonda, talora difficili da distinguere e percepire. Il ragionamento che applichiamo di solito, infatti, è animato da ottime intenzioni : “I disabili si trovano, a causa degli handicap di cui soffrono, a vivere spesso ostacoli e fronteggiare fatiche e complicazioni che non capitano alle persone fisicamente sane. Per ripagarli di tali sofferenze, è doveroso dare loro qualche agevolazione.”

Non sembra scorretto, non è vero? Anzi, ci appare come un’ottima concezione del mondo, generosa verso i più deboli, giusta, e che alla fine ci costa poco: qualche intervento architettonico, qualche parcheggio dedicato, qualche segnalatore sonoro ai semafori. Sfortunatamente, è una visione comoda ma in realtà profondamente ingiusta, e perfino superba. La questione infatti viene posta nei termini sbagliati: non si tratta di offrire conforto, o di dispensare favori, o di ripagare sofferenze a chi soffre di invalidità: si tratta di realizzare le condizioni fondamentali della società civile.

Il discorso che dovremmo portare avanti è infatti ben diverso: non ha a che vedere con supposta generosità, e meno che mai con un frainteso buonismo. L’ottica reale da cui trattare il problema dei diritti dei disabili è: “Ci sono diritti che sono irrinunciabili: perchè la società sia realmente civile, è necessario che tutti ne godano, nella pratica così come nella teoria. Come si può fare per far sì che anche i cittadini vittima di handicap o disabilità di qualche tipo, che li limitano nella percezione o nel movimento, non vengano da tale circostanza ostacolati nella fruizione di tali loro diritti?”

In effetti, letti superficialmente, I due ragionamenti potebbero apparire simili, se non nei termini del problema almeno a livello di conseguenze: da entrambi, per esempio, discende la necessità di ricercare, riconoscere, e abbattere tutta una serie di barriere architettoniche. Tuttavia la diversa prospettiva proposta è il cuore del problema, ed è essenziale. Qui non stiamo parlando di fare un regalo di consolazione a degli sfortunati, ma di rispettare un dovere civile preciso: quello di rendere autentici e reali, per tutti, i diritti che siamo soliti affermare soltanto in teoria.

Se quindi, domattina, avremo qualche pena a trovare un posto per parcheggiare la nostra auto, e ci verrà spontaneo un moto di stizza nel vedere inoccupato il posto riservato ai disabili, o ancora se ci infastidirà vedere sommare alle tante spese del nostro condominio quella per sostituire gli ascensori in modo che possano accogliere le sedie a rotelle, ricordiamolo: non stiamo facendo concessioni, ma stiamo – coerentemente – comportandoci da persone civili..


In vacanza lungo la storia: Paestum

« Finalmente, incerti, se camminavamo su rocce o su macerie, potemmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati, che avevamo già notato da distante, come templi sopravvissuti e memorie di una città una volta magnifica. »

Sono queste le parole con cui il famoso scrittore tedesco Goethe commentava, più di due secoli fa, il suo incontro con le rovine di Paestum. Fanno parte del suo “Viaggio in Italia”, il racconto dei suoi due anni passati nel nostro Paese per il Grand Tour, il tradizionale viaggio dei giovani di buona famiglia nei luoghi della grande storia e cultura prima di entrare in società. Non è difficile notare come il fascino di queste zone non sia cosa recente, ma abbia già colpito menti e animi nel passato – del resto, sono ben note le bellezze straordinarie del nostro Paese. E ancora oggi, quando decidiamo di passare le nostre vacanze in un Hotel a Paestum, stiamo

scegliendo una località che ci offre, insieme alla possibilità del meritato riposo dalle fatiche lavorative, anche centinaia di possibilità di arricchire la nostra cultura ammirando luoghi meravigliosi, e immergerci profondamente in una storia antichissima e affascinante.

E’ infatti una storia lunghissima quella dell’insediamento nella zona che ora conosciamo come Paestum: i suoi albori risalgono addirittura, a quanto hanno dedotto gli archeologi dallo studio dei reperti emersi durante gli scavi, al periodo paleolitico: questo appare evidente sia dai resti di capanne che dai veri e propri manufatti. In realtà, dalle ricostruzioni, l’ipotesi più probabile è che addirittura ci fossero non uno, ma due insediamenti vicini, siti sulla cima delle due alture che ritroviamo ancora oggi, e sulle quali sorgono, rispettivamente, il Tempio di Cerere e la Basilica.

Ciò di cui in effetti, invece, non disponiamo, sono dati precisi ed effettivi sulla fondazione della città le cui rovine oggi ammiriamo. Disponiamo però di diverse fonti storiche antiche, sebbene più tarde rispetto alla probabile data dell’evento, in base alle quali abbiamo buoni motivi per pensare che a fondare la città – che aveva inizialmente il nome di Poseidonia – siano stati dei Dori, scacciati da una maggioranza Achea, provenienti dalla colonia Greca di Sibari. Il tutto è collocabile intorno a 2600 anni fa. La città visse in effetti il suo periodo di maggior ricchezza e potenza nel quinto-quarto secolo avanti Cristo, sviluppando importanti rapporti commerciali.

Poseidonia mutò nome in Paistom, circa un secolo più tardi; la causa inattesa di tale cambiamento fu un più generale mutamento della classe dirigente della città, che cessò di essere Greca e divenne Lucana. Si tratta di un avvenimento per nulla raro, all’epoca, per le città della Magna Grecia: queste assorbivano la popolazione locale Italica come forza lavoro di basso grado e successivamente la vedevano scalare i gradini gerarchici arricchendosi con i commerci, fino a conquistare le posizioni di comando. La stessa ventura capitò a Neapolis, la città che si è poi evoluta nella nostra odierna Napoli. Non si pensi ad ogni modo che a tale cambiamento si sia accompagnata una crisi; al contrario, la città prosperò più che mai, nei commerci e nella produzione agricola, come testimoniato dalla ricchezza senza precedenti delle sepolture affrescate, e dal livello artistico elevatissimo dell’artigianato.

Rimane ancora un grande mutamento di governo e di nome prima di concludere questa piccola storia della nostra città: e avviene nel 273 a.C., quando Roma la sottrae alla confederazione Lucana prendendola nella propria sfera d’influenza, e le dà il nome definitivo di Paestum. Fra le città nacque un’alleanza profonda e importante; Paestum fornì navi alla flotta di Roma, anche in momenti drammatici della sua storia come la prima Guerra Punica, e ne ebbe in cambio, fra l’altro, il diritto, raro e ambito, di battere moneta. Fu in questa fase che nacquero le grandi opere pubbliche, dal Foro all’Anfiteatro, che ancora oggi possiamo visitare.


Quelle per I disabili sono facilitazioni, o atti dovuti?

Insieme a tante altre fatiche di ambito pratico, di frequente enormi, che è costretto ad affrontare ogni giorno, chi è afflitto da qualche disabilità si trova regolarmente ad affrontare un ostacolo smisurato, e che sfortunatamente non può essere superato neppure con le più moderne piattaforme elevatrici. E questo perché la difficoltà a cui ci riferiamo in questo caso non è architettonica, ma intellettuale; non è situata nell’ambiente che ci circonda, ma nascosta, sovente molto in fondo, nella nostra mente, nei nostri pensieri e nel nostro approccio.

Il modo in cui infatti siamo soliti affrontare la questione dei disabili è più affine alla misericordia, e ci pare di frequente che sia un dovere offrire loro un qualche consolazione; ed è spesso molto difficoltoso, proprio come capita per tutte le idee radicate profondamente nel nostro istinto, sia accorgerci di quanto sia sbagliata sia abbandonarla per passare ad un punto di vista più corretto, e soprattutto più rispettoso. C’è, in breve, qualcosa di eticamente sbagliato nel ritenere che offrire ai disabili servizi e agevolazioni sia una giusta consolazione e ricompensa per il dolore che, ogni giorno, sono costretti a soffrire.

In concreto, però, un’analisi onesta e corretta da un punto di vista etico ci dimostra che, con questo contegno, stiamo prendendo la via più semplice, e che in conclusione non ci richiede grossi sforzi, se non la spesa di qualche euro per installare ora segnalatori acustici ai semafori, ora rampe d’accesso.

Ma dovremmo capire che non è di favori che stiamo parlando. Offrendo queste agevolazioni d’accesso e d’uso a chi soffre di disabilità, noi non ricompensiamo queste persone della loro fatica, nè stiamo offrendo loro un qualche tipo di conforto: quello che stiamo facendo è un dovere molto più facile, ossia garantire i loro diritti fondamentali.

Se infatti eliminiamo dal nostro approccio anche le tracce più sottili di buonismo, e prescindiamo da una generosità in fin dei conti finta e poco sincera, che sovente non ha altra funzione che quella di farci sentire buoni anzichè quella di assistere il prossimo, la questione che abbiamo davanti riguardo all’abbattimento delle barriere architettoniche diventa semplice, e a dire il vero perfino quasi ovvio nella sua evidenza:

1. noi riconosciamo, ed è un tratto fondamentale della nostra civiltà, che esistano dei diritti fondamentali, che spettano a tutti quanti:

2. ne deriva che per poter dire “civile” la nostra società, è essenziale fare sì che tali diritti siano estesi a tutti e da tutti godibili, in ogni situazione;

3. Se le condizioni fisiche di un cittadino lo mettono in difficoltà nel godere di tali diritti, è ovvio e naturale fare in modo di creare le strutture e i servizi per ripristinare la situazione corretta.

È ben vero, e qualcuno potrebbe notarlo, che le conseguenze dei due discorsi sono in conclusione simili, per non dire indistinguibili: in ambedue i casi, per esempio, dalle premesse deriva il dovere, e la necessità, di una lotta attiva alle barriere architettoniche, fatta di valutazione, riconoscimento e abbattimento delle stesse. Ma la differenza di prospettiva non è, tuttavia, decisamente trascurabile, perché delinea la netta differenziazione fra due cose di per sé molto diverse – la civiltà e l’elemosina.


Fai di un hobby un lavoro: apri un catering!

Per caso, vi succede occasionalmente, o forse anche sovente, qualcuna di queste cose?

1- Gli amici vi supplicano di cucinare la torta per le feste di compleanno dei loro bambini?

2- Gli invitati alle vostre cene fanno carte false per poter ritornare a mangiare da voi?

3- Siete voi quelli a cui si rivolgono I colleghi ogni volta che vogliono una cena particolare per la loro festa di fidanzamento?

Allora, forse, avviare un’attività di catering potrebbe essere una decisione da ponderare, se vi interessa un’attività perennemente nuova, avvincente, e di enorme soddisfazione – ma simultaneamente faticosa, complessa, e che richiede un’enorme attenzione ai dettagli, dal condimento dei voul-au-vents all’acquisto urgente di tavoli pieghevoli per una festa.

Un servizio di catering, infatti – può capitare di scordarlo, ed è quindi bene riconfermare il punto – non è un ristorante. Questo è un’attività con elevato grado di stabilità, con una sede fissa, con dei menù che una volta stabiliti rimangono gli stessi anche per mesi, con una clientela consolidata; il catering è invece una realtà in incessante cambiamento, dove c’è sempre un’ urgenza, dove non mancano mai le novità. Un po’ come aprire un ristorante nuovo ogni mattino, per poi chiuderlo ogni sera e prepararsi all’indomani con nuove energie.

Non dimentichiamo, indubbiamente, I punti di vantaggio che sono caratteristici dell’aprire un’attività di servizio catering: fra questi, spiccano assolutamente I bassi costi di apertura, che sono indubbiamente più limitati di quelli tipici di altre realtà di ristorazione. Nessun affitto di grandi locali, ad esempio; nè, com’è naturale, le corrispondenti bollette di servizio. Perfino oggetti necessari a un ristorante fin dal primo giorno, come piatti, bicchieri e tovaglie, potremo non acquistarli e limitarci a noleggiarli o farli noleggiare dai nostri clienti, sempre che non sia il cliente stesso a desiderare di usare i propri.

D’altro canto, una apprensione che di sicuro non assilla il proprietario di un ristorante, ma è invece un assillo tenace per chi si trova a gestire un servizio di catering, è quella legata al trasferimento del cibo, problema non banale, principalmente nei casi in cui non si stia lavorando in una location dotata di cucina (nel qual caso si prepara tutto sul posto, e basta assicurarsi che gli ingredienti arrivino in ottime condizioni) ma ci si trovi a dover portare, ad esempio ad una festa in un parco o ad un meeting in ufficio, del cibo già pronto, con pietanze calde e fredde. Tutto va, in questo caso soprattutto, calcolato e verificato con esattezza: non vogliamo certo dover spiegare a 100 invitati nel mezzo di un parco che non abbiamo portato tazzine e quindi… niente caffè!

La raccomandazione più importante è quasi certamente quella che si può sempre fare quando si sta per avviare un’attività basata su una passione: nel momento in cui diventa un lavoro, deve smettere di essere un hobby. Cucinare per gli amici, per il diletto di farlo, è una questione totalmente diversa dal vivere e guadagnare con il catering, e non si può prescindere, nel lavoro, da considerazioni attente e ponderate di tipo economico, quantitativo (lo sciupio è il principale problema dei catering) e naturalemente temporale.