Copia o originale? Uno sguardo diverso sull’arte

Siamo ancora alla scuola dell’obbligo quando diventano parte del nostro programma di studi, almeno per qualche anno (anche se, a dirla tutta, raramente le consideriamo fra le materie più importanti) anche la Storia dell’Arte e l’Educazione Artistica: entrambe concorrono, certamente, a comporre il nostro parere sull’Arte e su cosa precisamente essa sia. Nonostante però si tratti di un’opinione fortemente personale, c’è una situazione nella quale quasi tutti sono concordi nell’esprimere un pensiero, se non di condanna, quantomeno di perplessità e critica: ed è quella in cui incontriamo dei falsi d’autore. Uno dei pochi punti più o meno universali nell’insegnamento del concetto di arte, oggi, è proprio che l’arte abbia alla base l’unicità, e che per questo motivo l’idea di “copia” e quella di arte non siano neppure vagamente compatibili. Peraltro, è questa la visione oggigiorno più diffusa a livello di critica e di mercato: che però le cose siano sempre state così è un grosso fraintendimento, che deve essere a tutti i costi evitato. Studiando un poco la vera storia dell’arte, possiamo ricevere grosse sorprese, anche da parte di nomi assolutamente insospettabili fra i più grandi artisti che conosciamo.

Se infatti oggi sia i critici, che il mercato dell’arte, che se vogliamo perfino il pubblico generico vedono l’arte come un’impresa principalmente fatta di attimi unici, e particolarmente di figure uniche, dove è quindi il nome, l’identità dell’artista ad accordare uno speciale valore all’opera d’arte in questione, che sia pittorica o scultorea, non dobbiamo pensare che questa sia sempre stata l’ottica dominante. Per una lunghissima parte della Storia, la figura dell’artista e quella dell’artigiano, che ai nostri occhi appaiono parecchio distinte, furono in sostanza sovrapposte, e all’unicità dell’opera si preferì, come canone, la perizia con cui era eseguita. È chiaro come, in questa visione, la copia non solo non sia così condannabile, ma diventi perfino un momento essenziale della formazione dell’artista, un esercizio per ottenere la competenza e l’abilità del maestro da cui sta copiando. E infatti, nella storia delle copie d’autore, troviamo nomi che forse ci potevano sembrare insospettabili:

Quello che fu forse uno dei più grandi maestri che l’arte abbia conosciuto, Michelangelo Buonarroti, si formò alla corte di Lorenzo il Magnifico, copiando le statue classiche e le opere di Masaccio che lo circondavano; per denaro, pare, giunse anche a falsificare una sua statua di Cupido, facendola sembrare molto antica, per venderla come un pezzo d’epoca classica a un malaugurato cliente;

Peter Paul Rubens, insigne pittore di origine fiamminga, nutriva così vasta venerazione per i pittori Rinascimentali da dedicare buona parte del proprio tempo, anziché a dipinti propri, a copie delle loro opere. Ancor oggi possiamo vedere la celebre “Battaglia di Anghileri” di Leonardo solo grazie alle copie fatte da Rubens, in quanto l’originale Leonardesco è andato perduto definitivamente.

Tiziano Vecellio, il maestro veneziano rinomato per il suo personalissimo uso del colore, realizzò una copia di un “Ritratto di Giulio II” niente meno che di Raffaello – copia che ancor adesso ammiriamo, esposta a Firenze, a Palazzo Pitti.


Tutti i segreti della viteria speciale

Presumibilmente (se non si tratta poi di noi in prima persona) tutti noi annoveriamo, fra le nostre conoscenze o amicizie, un esperto o per lo meno entusiasta di bricolage: dove per noi il minimo lavoretto in casa è una seccatura, per lui è un divertimento, e si equipaggia costantemente con macchinari e attrezzi d’aspetto e ruolo un po’ avvolti nel mistero. Ma se noi non abbiamo tale vocazione, avremo comunque, una volta o l’altra, dovuto piegarci alla occorrenza di riparare magari un mobiletto, di fissare un pezzo staccato come un’antina: e in quell’occasione avremo certamente adoperato uno strumento comunissimo, la vite. Se però per noi una vite altro non è che un minuscolo pezzo di metallo filettato che usiamo per tenere insieme due pezzi separati stringendolo con un cacciavite, per l’esperto amico di cui parlavamo adesso non è che uno fra i tanti esemplari di viteria speciale che vengono prodotti per gli scopi e le funzioni più diverse, e che hanno caratteristiche diversissime e specifiche. Entriamo insieme in questo universo tortuoso.

Possiamo vantaggiosamente iniziare la nostra analisi ragionando sul materiale di cui le viti sono composte. Tutti noi abbiamo familiarità con le comuni viti in acciaio, le più diffuse sul mercato: ma si tratta solo di una delle possibili varietà, la più generica certamente ma proprio per questo inadatta a particolari tipi di lavoro. Proviamo infatti, ad esempio, a fare l’ipotesi che il lavoro che stiamo effettuando sia destinato finalmente ad essere poi esposto a rischi di corrosione – pensiamo ad un mobiletto per il bagno, o peggio ancora da esterno, esposto regolarmente all’umidità; ecco che diventa lampante che la vite d’acciaio non è più la scelta preferibile, e se chiederemo ad un esperto di bricolage questi ci consiglierà di passare ad un esemplare di un altro metallo, che sia ottone, rame, bronzo, o perfino nickel.

Se vogliamo, d’altro canto, possiamo invece classificare le viti in famiglie secondo un altro grande criterio: quello del materiale non delle viti stesse, ma dei pezzi che dovranno trattenere uniti fra di loro una volta montate. Ancora una volta, il caso più generale con il quale avremo probabilmente avuto a che fare è quello delle viti da legno, ma esiste anche una gamma vastissima di viti da metallo con caratteristiche specifiche; sono infatti, di norma, autofilettanti, e quindi non hanno necessità di forature preliminari con trapano o succhiello, perché scavano il proprio percorso mano a mano che vengono avvitate, aggrappandosi al materiale dei pezzi stessi. Dovendo trapassare non la grana del legno, ma una lastra di metallo, queste viti sono pressochè esclusivamente realizzate in acciaio duro; nondimeno, per proteggerle dalla possibilità di corrosione (che sarebbe ben più grave che nel caso del legno, dato che in questo caso potrebbe diffondersi dalle viti ai pezzi stessi, in quanto metallici) esse vengono d’abitudine arricchite con un processo di zincatura o nichelatura, che le protegga dalla corrosione.

Le altre possibili distinzioni sono innumerevoli. Le viti possono essere a testa tonda, piatta, o perfino svasata, per essere portate a filo con il materiale e non spuntare; possono avere un sistema di avvitatura a taglio, a croce (sempre più diffuso con l’avvento degli avvitatori automatici) o a brugola; possono essere di tipo particolare, come le viti da specchio la cui testa può ospitare una seconda vite decorativa, o le viti a doppia filettatura per connessioni completamente invisibili… insomma, qualsiasi lavoro si debba effettuare, esiste la vite ideale!


Fresatrici – un importante macchinario industriale

Oggi, la lavorazione meccanica di fresatura è ben nota e considerata una normalissima operazione industriale: qualsiasi studente, non ancora perito meccanico, vi saprà di sicuro raccontare che è classificata come una lavorazione meccanica a freddo, che funziona per asportazione di truciolo, precisamente come la tornitura e la foratura, e che viene effettuata tramite l’azione di un utensile rotante sul proprio asse, la fresa, su un pezzo in moto di avanzamento, che viene “scolpito” fino alla forma desiderata. Vi potrà anche specificare che, normalmente, la fresatura si effettua in due fasi, una prima di sgrossatura che asporta velocemente quasi tutto il materiale necessario, e la seconda o finitura in cui viene effettuata una lavorazione più lenta per raggiungere la rugosità e le precise misure desiderate. Ciò che, forse, vi sarà più arduo imparare, è la storia travagliata, dalle origini ad oggi, di questa lavorazione, nata in maniera oscura in qualche bottega artigiana nei primi decenni del 1800 e rapidamente sviluppatasi alla pratica comune che conosciamo oggi. Ripercorriamola allora insieme, qui.

1. Dal 1800 alla Grande Guerra

L’origine della fresatrice è da rintracciare nel classico tornio, al quale di frequente venivano montate delle lime rotanti, per limare il pezzo in produzione in modo più svelto che manualmente. Tale attività è molto precedente allo sviluppo della fresatrice, risalendo circa alla metà del 1700; i primi veri esemplari di macchine per la fresatura distinte da torni accessoriati sono collocabili al 1814, negli arsenali federali degli Stati Uniti, a Springfield e ad Harpers Ferry; ne risulta inoltre un esemplare molto innovativo inventato da Nasmyth nel 1830 per i bulloni esagonali. A quei tempi, era previsto che la limatura venisse comunque perfezionata a mano; le cose cambiarono, con l’integrazione di grandi evoluzioni tecniche fra cui il movimento perfezionato su tutti e tre gli assi, nel 1861, con uno straordinario modello Brown & Sharpe. Fino alla Grande Guerra, quasi ogni anno segnò un corposo passo avanti nella tecnologia della fresatura.

2. Le due Guerre Mondiali

Fu verso la fine della Prima Guerra Mondiale che la continua ricerca di accuratezza nella lavorazione raggiunse una tappa capitale: fu infatti in questi anni che venne approfondito il concetto di dimensionamento relativo, ossia di misurazioni condotte sul pezzo tutte a partire da un unico punto di riferimento, e che la precisione standard delle macchine raggiunse i millesimi di centimetro; erano gli albori del controllo numerico delle macchine oggi dato per scontato. Con pantografi che permettevano di conformare i movimenti della macchina tracciando le linee di un prototipo, fu possibile realizzare, già negli anni ’30 del 1900, enormi fresatrici come la Cincinnati Hydro-Tel, finalmente pressochè identiche a quelle odierne se si prescinde dal controllo computerizzato. Sul fronte contrario, sempre in questi anni furono sviluppate piccole fresatrici economiche ma precise, le Bridgeport, delle quali sarebbero stati venduti un quarto di milione di pezzi.

3. Dal dopoguerra ad oggi

La tecnologia del dopoguerra fu segnata dal culminare dello sviluppo dei servomeccanismi, e dalla nascita delle tecnologie digitali. Originata dagli investimenti di ricerca dell’esercito, la tecnologia si diffuse più rapidamente proprio nel settore industriale e meccanico, in questo come in tanti altri casi tipici degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Nei decenni successivi, il controllo numerico andò evolvendosi verso il controllo computerizzato dei macchinari, fino all’esplosione tecnologica degli anni ’80 che, con il personal computer, portò macchine a controllo digitale perfino nelle botteghe più piccole.


E la scala? Superarla è superare molti altri problemi per un disabile

Per parecchi di noi, la stessa espressione “disabile” evoca un disegno preciso: quello di una persona che, per via di una malformazione congenita o una malattia, ha affrontato il peculiare genere di problemi che la sua disabilità comporta, ad esempio di genere motorio, fin dall’infanzia, ed è quindi in certa misura “abituata” a gestirli e sicuramente equipaggiata, sia nel senso pratico che in quello psicologico, per conviverci al meglio delle proprie capacità giorno per giorno. Naturalmente questo non può in alcun modo bastare ad estinguere i problemi derivanti da un handicap, ma può far diventare meno angosciante il viverlo. Non è così, però, per una grossa fetta della classe che raggruppiamo sotto il nome di “disabili”, composta di persone che ne son entrate a far parte solo ad un certo punto della propria vita, a seguito di un trauma o per via dell’età avanzata.

La situazione cambia interamente con queste premesse, in quanto alle difficoltà fisiche e particolarmente motorie che l’handicap genera in modo diretto, immancabilmente si aggiungono parecchi disagi e problemi psicologici, derivanti dalla perdita dell’autonomia alla quale si era abituati, disagi che possono, sovente, mostrarsi finanche più dannosi e pericolosi delle difficoltà fisiche legate più intimamente all’handicap stesso. Per sostentare un equilibrio positivo nella persona, ed evitare che ceda a depressioni che non potrebbero che aggravare la già difficile situazione in cui versa, , è assolutamente opportuno fare in modo che riesca a conservare quanto più possibile stabile il suo ambiente, a partire proprio dalla casa, i cui significati psicologici sono importantissimi.

E precisamente quando la casa in questione non è stata studiata per alloggiare una persona colpita da invalidità, e per esempio che ha bisogno di una sedia a rotelle per spostarsi, può essere presente un modulo architettonico che, di per sé molto elegante e apprezzato, può divenire una barriera interamente insormontabile: una scala. La moderna tecnologia ha per fortuna sviluppato dei servoscale per disabili e persone con difficoltà motorie in generale, il che permette loro di salire le scale ed accedere ai piani superiori della casa. In questo modo diventa possibile evitare la soluzione che un tempo era l’unica, e tuttora a molti parrebbe la più immediata e logica, ossia il traslocare o il ridurre la zona utilizzata al solo piano terra, che è invece quanto di più sbagliato, sotto un profilo psicologico, si possa fare.

Essendo appunto la casa tanto legata a sensazioni e a simbolismi di sicurezza, ma anche di soddisfazione e controllo, sentirsi esclusi perfino da una parte della propria dimora, o peggio ancora essere costretti ad abbandonarla, avrebbe delle ricadute pesantissime sullo stato di avvilimento e scoramento di cui parlavamo. Il mantenimento di un ambiente familiare, al contrario, rassicura e riduce, per quanto ovviamente possibile dinanzi ad un fenomeno traumatizzante, la sensazione di impotenza. E d’altro canto, scoprire che con un piccolo accorgimento si è ancora padroni della propria casa può aiutare ad indurre il disabile a ritrovare gli altri modi in cui, magari con accorgimenti ugualmente semplici, può ritornare anche ad essere padrone della propria vita.


L’ascensore: da curiosità a strumento essenziale

Una volta, ci piace credere, l’orizzonte era sempre sgombro: case basse, al limite di un paio di piani, lasciavano spazio al cielo e alla luce solare, e non esisteva il concetto di una skyline disegnata dai grattacieli, come adesso invece accade in tantissime città in tutto il mondo. Nonostante, a voler ben distinguere, non sia esattamente vero (le insulae romane, costruite in epoca tardo-repubblicana, erano veri e propri condomini a più piani), è però un fatto che la massiccia diffusione di palazzi alti nelle città è sicuramente cosa recente, dell’ultimo secolo, e che questo ha molto cambiato il modo di vivere delle persone – rendendo irrinunciabile un’invenzione come l’ascensore, che ha fatto molta strada dai più antichi modelli ai moderni sistemi specializzati, che vanno da potenti montacarichi ad ascensori per disabili, passando per ascensori superveloci che permettono di giungere rapidamente in cima pure ai più alti moderni grattacieli di uffici.

La cronistoria dell’ascensore è, in effetti, ben più antica di quanto si pensi: ne abbiamo le prime menzioni negli scritti di Vitruvio, un architetto dell’antica Roma, che ci riporta come il famoso Archimede ne avesse costruito uno nel 236 AC. Si tratta, evidentemente, di semplici cabine sollevate da corde, le quali venivano tirate o da animali o da esseri umani, e pare che ve ne fossero di installati nel monastero del Sinai, in Egitto. In ogni caso, a quei tempi, rimanevano niente più che curiosità, pezzi unici: un utilizzo continuo dello strumento richiedeva sistemi ben più sofisticati di una corda tirata a braccia. A parte l’interessante modello di ascensore basato sulla vite senza fine progettato da Kulibin, in Russia, nel 1793, che venne installato nel Palazzo d’Inverno, per vedere un uso intenso e diffuso di questo congegno dobbiamo aspettare la piena metà dell’Ottocento, quando iniziò a trovare utilizzo pesante nello spostamento di materiali da costruzione e per l’industria.

In questa epoca storica, per ascensore si intendeva un dispositivo di genere rigidamente idraulico: una cabina montata su un lungo stantuffo, che veniva spinto da una colonna d’acqua grazie all’azione di una pompa e così si estendeva, portando i passeggeri all’altezza predefinita. Questi impianti raggiunsero una significativa affermazione, se pensiamo che a Londra, nel 1882, la London Hydraulic Power Company aveva in amministrazione una rete di miglia e miglia di tubi ad alta pressione su entrambe le sponde del Tamigi, che andavano ad alimentare 8000 dispositivi fra gru e, precisamente, ascensori. Ciononostante è un metodo oberato da un pesante vizio: richiede uno stantuffo, e quindi un pozzo e una colonna d’acqua, alto come il piano più alto da raggiungere, e diventa quindi rapidamente poco pratico al crescere dell’effettiva altezza del palazzo che deve servire. Fu per questo che gli ascensori idraulici finirono con l’andare in desuetudine, per venire sostituiti da sistemi a cavi e carrucole, la cui sicurezza era garantita dall’invenzione di un apposito freno di emergenza in caso di strappo del cavo, progettato da un nome destinato a divenire celebre nel settore: Elisha Otis. Fu appunto lui che, nel 1858, installò il primo ascensore per passeggeri al numero 488 di Broadway, a New York, dando inizio ad una espansione che venne soltanto incrementata quando, trent’anni dopo, Von Siemens e Fressler svilupparono l’ascensore elettrico che anche noi oggi utilizziamo.


La lunga storia del gelato

Senza dubbio, durante i corsi per gelataio, ai futuri professionisti che andranno a preparare e servire questo dolcissimo prodotto artigianale vengono insegnate tutte le tecniche, i trucchi, e i metodi perché ciascuna vaschetta prodotta contenga un vero capolavoro d’arte gelatiera, e il potenziale di farsi consumare in pochi minuti da frotte di clienti golosi. Ma chissà, viene a volte da domandarsi, se in quelle stesse occasioni si dedica almeno un po’ di tempo e di attenzione ad un contenuto meno tecnico, ma altrettanto interessante: la storia, attraverso i secoli, di questo dolce tanto famoso. Forse non contribuirà a fare coni più buoni, ma è sicuramente curioso scoprire che un prodotto in apparenza tanto moderno quanto il gelato ha alle spalle non decenni, e non secoli, ma se vogliamo finanche millenni di storia!

offrire infatti frutta, latte e miele refrigerati con neve non è certo una novità, e ce lo testimoniano senza alcun equivoco sia testi antichissimi che prove archeologiche indiscutibili, che collocano le origini più lontane di questo prodotto celebre molto più indietro nel tempo di quanto si possa abitualmente supporre. Nientemeno ne troviamo traccia nella Bibbia, che ci racconta di come Isacco offra ad Abramo latte di capra misto a neve: una sorta, se vogliamo, di antichissimo “mangia e bevi”. E negli scavi archeologici riconducibili all’antica Troia sono state ritrovate diverse fosse nelle quali ghiaccio e neve, impilati in strati sovrapposti e ricoperti di paglia e di fogliame, potevano essere conservate lungamente. A quanto ci raccontano poi gli antichi cronachisti, re Salomone era ingordo di bevande ghiacciate, e Alessandro Magno, durante le campagne di conquista dell’India, pretendeva che ci fosse un incessante rifornimento di neve per consumarla con miele e frutta sia durante le marce che (e questa è davvero un’immagine quantomeno inusuale, se non vogliamo dire perfino buffa) durante le battaglie.

Dopo un periodo di fasti e grande apprezzamento nella Repubblica e poi nell’Impero Romano (dove le “nivatae potiones” facevano furore, perfino il generale Quinto Fabio Massimo “il temporeggiatore” inventò una formula di sorbetto, e sia Cesare che Antonio si videro proporre, con gioia, frutta e ghiaccio nientemeno che da Cleopatra) nel medioevo sorbetti e simili vennero bollati come cibi oltremisura raffinati e peccaminosi, e svanirono praticamente dalle tavole europee. In Oriente, nel frattempo, si perfezionava la ricetta del sorbetto (dall’arabo “sherbet”, “dolce neve”) e i Crociati ne riportarono esempi raffinatissimi a base di agrumi, e Marco Polo verso la fine del 1200 riportò dalla Cina una nuova pratica di raffreddamento basata su acqua e salnitro.

E’ così che nel ‘300, col risorgere del mangiar bene, riparte la storia del gelato. Nel Cinquecento, le tavole dei potenti sono un trionfo di sorbetti, con gusti provenienti dai nuovi continenti come nuovi frutti, caffè e cacao; nel 1660, il siciliano De’ Coltelli aprì a Parigi la sua gelateria, ricevendo finanche i complimenti del Re Sole Luigi XIV. Il locale prese il nome del suo creatore: era il Cafè Procope, destinato a divenire uno dei maggiori caffè letterari d’Europa. Ma intanto il gelato attraversò l’oceano: nel 1770 il genovese Giovanni Bosio aprì la prima gelateria degli Stati Uniti, nella città di New York. Concluderemo questo breve viaggio con il 1927, l’anno in cui il lavoro dei gelatieri si fece meno faticoso: Otello Cattabriga, bolognese, in quest’anno brevettò la prima gelatiera automatica. La via per una diffusione capillare delle gelaterie era aperta.


Conferenze stampa: un’occasione importante

L’organizzazione conferenze stampa è un incarico fra i più particolari ed emozionanti che fanno parte del complesso delle azioni di comunicazione di un’azienda. Nel momento in cui nasce un nuovo articolo, viene comunicata una fusione, o l’introduzione di un nuovo servizio o tecnologia, si ha l’occasione di catturare in modo vigoroso l’attenzione del pubblico, che si tratti di un evento locale così come di un avviso a livello nazionale. Se si vuole che il risultato sia ineccepibile – e lo vogliamo eccome, dato che non ci sarà una seconda adito per fare una buona impressione – la fase di progettazione è vitale. Si tratta, ovviamente, di un lavoro complesso, ma esistono almeno tre consigli semplici da seguire che possono fare la differenza:

1) Scegliere con cura chi parlerà, e prepararli con attenzione

Questo primo consiglio potrebbe, a qualcuno, sembrare poco rispettoso di quanto siano in effetti importanti le notizie e le comunicazioni, di ogni tipo, che saranno argomento della conferenza stampa in oggetto, ma in realtà non fa che esprimere una regola ben conosciuta e testata della comunicazione di qualsiasi idea: il canale vale quanto il messaggio, e la scelta delle persone che esporranno i vostri annunci – così come il modo in cui lo faranno – peserà quasi certamente, sull’effetto finale e sulla ricezione delle notizie importanti che dovete annunciare, molto più del contenuto delle notizie stesse. Come scegliere? La logica raccomanderebbe di affidare il compito ad un esperto di comunicazione o di marketing, ma d’altro canto, sia per un fatto di corretttezza che anche di efficacia comunicativa e d’immagine, è importante dare voce a chi è stato principalmente coinvolto negli eventi che si andranno a spiegare. La scelta migliore è quindi quella di accoppiare le cose, affidando la gestione e il coordinamento della comunicazione ad un esperto del settore, e riservando ruoli e parti precise a chi ha portato, nei fatti, a far accadere quanto stiamo raccontando ai giornalisti.

2) Identificare una location appropriata

Se per un invito a cena non c’è posto migliore della propria casa, con tutto il suo stile e le sue peculiarità, non è invece sempre detto che la sede effettiva della propria Azienda sia necessariamente il luogo migliore per organizzare una conferenza stampa. Perchè questa possa filare liscia e avere i massimi risultati, infatti, occorre innanzitutto uno spazio adeguato al numero di convenuti, che non sempre è facile, o addirittura fattibile, trovare in un ufficio. Meglio, dunque, affittare una sala appropriata in un hotel o in un centro direzionale vicino; e oltre a questo, è indispensabile assicurarsi che i giornalisti abbiano tutte le comodità necessarie a poter inviare velocemente e facilmente in redazione i propri reportage, come ad esempio un’eccellente copertura Wi-Fi, o se sarà presente la radio, un collegamento ISDN.

3) Realizzare una Cartella Stampa a regola d’arte

Spesso la si prepara di fretta e senza cura, e invece la Cartella Stampa è essenziale per generare interesse: va pensata come una Brochure per i giornalisti, che presenti il vostro evento, e merita quindi la stessa cura che dedicate ai vostri altri materiali promozionali. Ricordate che, oltre ad aumentare le probabilità che il vostro annuncio durante la conferenza stampa arrivi ad essere presentato in un articolo, crearvi una buona reputazione con i giornalisti significa anche potervi posizionare come figure a cui si rivolgono per un parere sul vostro settore, e quindi autorità nel vostro campo: un’ottima pubblicità.


Cent’anni di stampe: la flessografia

Quando parliamo di stampa flessografica, o più brevemente di flessografia, ci riferiamo ad una particolare procedura di stampa, molto utilizzata, caratterizzata sostanzialmente dall’uso di una piastra flessibile che porta, in rilievo, I caratteri o simboli da stampare. Nonostante sia una tecnica di vecchissima data, è ancor oggi utilizzata in un numero significativo di casi: questo è dovuto alla sua versatilità, che rende possibile stampare su una grande gamma di supporti, dalla carta al cellophane al metallo, inclusi I supporti rigorosamente non-porosi che sono necessari per gli incarti e gli involucri destinati a proteggere gli alimenti confezionati dalla contaminazione. Ma quali sono gli effettivi vantaggi che questo procedimento di stampa può offrire, e qual è la sua storia, dalle origini ad oggi?

Le origini della stampa flessografica vanno ricercate in Inghilterra alla fine del diciannovesimo secolo, e per essere precisi nell’anno 1890, quando una ditta di nome Bibby, Baron and Sons produsse la prima macchina da stampa di questo tipo. Usava ancora inchiostri a base d’acqua, che tendevano a sbavare molto – il che le valse il soprannome di “Bibby’s Folly”, ossia “La Follia di Bibby” . Le cose non rimasero ferme a lungo, tuttavia: negli anni Venti del 1900, il grosso della produzione delle macchine flessografiche si è oramai completamente spostato in Germania, dove il processo ha nome “Gummidruck”, ossia “stampa a gomma”. Gli inchiostri ad acqua sono stati abbandonati in favore di quelli, più stabili, a base di anilina, migliorando la qualità di stampa. Ma c’è un problema: l’anilina è tossica, e la Gummidruck si usa specialmente per stampare confezioni di alimenti. Negli anni ’40, la DDA Statunitense dichiara il metodo incompatibile con l’ambito alimentare, e le vendite colano a picco.

Come spesso capita, la cattiva impressione rimase viva anche quando, nel 1949, nuovi inchiostri, sicuri e atossici, vennero nuovamente permessi per la stampa su involucri alimentari, rendendo di nuovo attuabile il procedimento che oggi chiamiamo flessografico: le vendite non accennavano a risalire, e fu necessario inventare un nuovo nome, che non richiamasse cattivi ricordi nella mente dei clienti. Alla fine di un sondaggio nel 1951, condotto dall’allora presidente della Mosstype Corporation, Franklin Moss, sul suo giornale “the Mosstyper”, il procedimento ricevette, fra le tre denominazioni finaliste di “permatone”, “rotopake” e “flexograph”, la terza, che vinse con vasto margine di voti.

Se la flessografia è utilizzata ancora oggi è perché, pur avendo offerto fino agli anni ’90 una esattezza decisamente minore della stampa offset, permette in compenso di usare una gamma molto più ampia di inchiostri, anche a base d’acqua, e di stampare su una scelta di supporti tipici del packaging, come la plastica, le pellicole metalliche, l’acetato e il cartone. Inoltre, poiché gli inchiostri usati in flessografia sono a bassa viscosità, asciugano in fretta, il che accorcia i tempi di produzione e quindi i costi. Dopo più di un secolo, quindi, la stampa flessografica rimane, fra mille vicende, ancora uno strumento valido e – è il caso di dirlo – flessibile.


Un viaggio nella storia dei barbieri

Sta diventando un diletto molto più raro di un tempo, quando era una visita usuale ogni paio di settimane, per chi ci teneva ad apparire ordinato (ammettiamolo, secondo i canoni estetici molto diversi di quell’epoca), ma una visita dal barbiere è ancora un’esperienza particolarmente rilassante. Già nel momento stesso in cui entriamo in negozio, l’arredamento da parrucchiere ci parla all’istante di cura della persona e di tempi distesi, senza fretta; i familiari strumenti del mestiere ci ricordano pratiche un po’ fuori moda, ma senz’altro piacevoli; la voce sommessa del barbiere è pronta a intrattenerci con una chiacchiera leggera e svagata; persino i profumi di schiuma da barba e lozioni, e se siamo fortunati il suono del rasoio dritto che viene affilato, tutto contribuisce a portarci in un mondo un po’ d’altri tempi ma affascinante. Ma se viaggiamo un altro po’ più indietro nel tempo, non di anni o decenni ma di secoli, scopriremo una realtà molto particolare, e ruoli forse inaspettati che una volta erano affidati precisamente alla figura del barbiere…

Le origini del lavoro del barbiere, possiamo dirlo con certezza, si perdono davvero nella notte dei tempi: sappiamo con certezza che gli archeologi hanno ritrovato rasoi di bronzo risalenti a più di cinquemila anni fa, in Egitto. All’epoca, la figura del Barbiere era di grandissimo peso ed importanza, e la sua valenza non era tanto utilitaristica, quanto simbolica e finanche sacrale: si riteneva infatti che i capelli fossero uno dei canali attraverso i quali demoni e spiriti potessero entrare nel corpo degli esseri umani, e che tenerli corti potesse aiutare ad arrestare tale spaventoso avvenimento. I barbieri celebravano anche rituali importanti come i matrimoni, a ulteriore indizio del valore religioso che ricoprivano. Passando all’epoca storica, pur perdendosi questo profilo mistico del taglio dei capelli, l’operazione rimase un appuntamento di gran peso, sia per i Greci che per i Romani, che appunto dalle colonie della Magna Grecia conobbero i barbieri nel 300 AC. Il buon cittadino romano faceva visita giorno per giorno al barbiere, così come alle terme, e per un ragazzo la tonsura, o prima rasatura, era un evento capitale e quasi rituale di passaggio al mondo adulto.

Ma venendo ancora innanzi nel corso della Storia, e arrivando così all’ultima fermata di questo rapido viaggio nel mondo degli antichi barbieri, giungiamo ad un periodo assai avvincente sotto moltissimi aspetti, e che anche per quanto riguarda il nostro argomento ci riserva una sorpresa non insignificante: stiamo parlando del Medioevo. In quest’epoca al barbiere erano affidati, com’è cosa naturale, i lavori di taglio e acconciatura dei capelli e della barba; ma oltre a queste attività, si chiamava il barbiere anche per svolgere interventi di chirurgia, salassi e applicazioni di sanguisughe, clisteri, incisioni di pustole e bolle, e persino l’estrazione dei denti! La figura era nientemeno riconosciuta ufficialmente come qualificata a svolgere tali operazioni, ed aveva infatti il nome di “barbiere-chirurgo”; in Inghilterra, questi ricevettero paghe costantemente più alte dei chirurghi effettivi per molto tempo. È di questo periodo la nascita di quello che fu per anni il simbolo e l’insegna dei negozi di barbiere: il bastone rotante a strisce rosse e bianche, che simboleggiavano la chirurgia (le rosse) e l’arte del barbiere (quelle bianche).


Storia dello specchio

Strumento utile, oggetto di decorazione e particolarmente, da sempre e per sempre, emblema di bellezza e vanità: lo specchio accompagna gli uomini, come strumento e come simbolo, proprio dai tempi più antichi della loro storia, dai primi specchi in ossidiana lucidata ai più moderni ottenuti per argentatura, ora sui tavoli da trucco delle signore nobili, ora all’interno di grandi telescopi, ora nei proiettori o sul tavolo degli attrezzi di un odontoiatra. Sono molte le vicissitudini e le modifiche che questo oggetto ha passato nel corso dei millenni: proviamo, per curiosità e per riscoprire un oggetto consueto, a ripercorrerle in poche righe.

Ora, a voler essere assolutamente esatti e precisi, lo specchio nasce prima che gli uomini imparino a fabbricarlo artigianalmente: I primi specchi, indubbiamente, non erano oggetti portatili, ma normalissimi specchi d’acqua scura, o anche semplici contenitori di qualche tipo pieni d’acqua. Per rintracciare I primi specchi fabbricati dall’uomo, invece, occorre che compaia una civiltà più raffinata e organizzata delle prime tribù umane, e infatti troviamo testimonianza sicura di specchi fatti lucidando lastre di ossidiana (un vetro naturale che si forma per azione dei vulcani) negli scavi condotti in Anatolia: risalgono a circa ottomila anni fa. Sono invece più tardi, risalendo a circa seimila anni fa, I primi specchi metallici, fabbricati in Mesopotamia: non sono precisamente simili a quelli a cui siamo abituati, ma sono soltanto costruiti in metallo e poi lucidati il più possibile per diventare riflettenti.

Ma lo specchio a noi familiare non è una lastra di metallo lucidata, bensì una lastra di vetro su cui viene applicato uno strato di metallo riflettente. Per questa rivoluzione, che apre la strada allo specchio moderno, dobbiamo attendere diversi millenni, per vederli infine apparire a Sidone (la zona oggi denominata Libano) non più di duemila anni fa, e in seguito a Roma, dove fu sviluppata una tecnica per coprire di piombo fuso del vetro soffiato. Sfortunatamente non si trattava ancora di specchi eccellenti, in quanto erano rozzi e non molto riflettenti rispetto ai nostri standard: il salto di qualità avvenne sostituendo al piombo dei Romani una lega particolare di stagno e mercurio, e a perfezionare il metodo furono i veneziani, già maestri della lavorazione del vetro, non più di cinque secoli fa. Uno specchio del genere era rarissimo ed estremamente costoso, facendone un lusso per pochi.

La tecnica che però “fa” lo specchio moderno, quello a cui tutti noi siamo abituati, è l’argentatura: e per avere questa, dobbiamo aspettare diversi secoli dopo gli specchi veneziani. Per la sua invenzione infatti possiamo ringraziare Justus Von Liebig, un chimico tedesco, che nel 1835 mise a punto il procedimento, consistente nel depositare su di una lastra di vetro , effettuando una riduzione di nitrato d’argento, una sottilissima pelle di argento metallico. Fu con questo metodo che divenne finalmente possibile impiantare produzioni industriali su larga scala di specchi efficaci a prezzi accettabili. Oggi, tuti gli specchi che incontriamo generalmente, da quello del nostro bagno a quello contenuto in un piccolo kit da trucco, sono costruiti però con una tecnica ancora nuova, che prevede l’uso dell’argento soltanto raramente, e più spesso fa uso dell’alluminio come materiale riflettente..