Le tipologie base degli essiccatoi

Quando stiamo parlando di essiccatoi, ci riferiamo a tutta una schiera di apparecchiature; per la precisione, a tutta quella vasta serie di forni industriali a bassa temperatura che vengono utilizzati, nei più svariati processi di fabbricazione, per effettuare dei trattamenti termici a temperature comprese fra i 50 e i 500 gradi Celsius. Alimentati, a seconda del modello e della tipologia, sia per via elettrica sia a combustione, il passaggio negli essiccatoi fa parte dei processi di lavorazione di vernici, materie plastiche, resine, carta e cartoncini, e in generale di tutti i materiali che, essendo impregnati di qualche liquido, richiedono un momento di asciugatura.

La scelta all’interno di una gamma così vasta, ovviamente, viene effettuata in base a precisi criteri applicativi, che riguardano le sostanze che devono essere essiccate – e quindi la quantità di liquido di cui sono intrise, e del quale dovranno essersi liberate alla fine del trattamento termico, e le caratteristiche intrinseche della sostanza, come la forma in cui si presenta o il grado di abrasività, o le caratteristiche organolettiche. Una prima e semplice divisione può essere effettuata in base a due caratteristiche dell’essiccatoio: ne esistono a riscaldamento diretto oppure indiretto, e a funzionamento continuo e discontinuo.

Poniamo ad esempio il caso di un materiale da asciugare che abbia la forma di un nastro continuo: è una caso molto comune, ad esempio, in due industrie come quella cartaria e quella tessile, che trattano entrambe materiali umidi e avvolti in enormi bobine. L’essiccatoio ideale per questo lavoro è il modello a cilindri riscaldati internamente a vapore, sui quali verrà fatto passare, e così essiccato, il lungo nastro di materiale. Se d’altro canto abbiamo a che fare con un solido da essiccare che abbia forma granulare, sceglieremo un essiccatoio di tipo completamente diverso, del modello abitualmente definito ” a tamburo”, e faremo girare il nostro solido in un tamburo cilindrico inclinato, percorso da fumi o aria calda per asciugare il materiale, e che ruota sul proprio asse rimestandolo regolarmente.

Esistono, d’altro canto, materiali che al contato con flussi d’aria, o fumi, caldi, potrebbero risultarne danneggiati; in tali casi si sceglierà di utilizzare un essiccatoio a riscaldamento cosiddetto indiretto, ossia dove la camera a tamburo (concettualmente simile a quella vista prima per i solidi in forma granulare) viene fatta girare all’interno di una camera di combustione, e quindi il fluido caldo non entra mai in contatto diretto con il materiale da essiccare. Nei casi in cui, invece, si debba asciugare un materiale abrasivo, che ruotando nel tamburo potrebbe danneggiarlo, si impiega un essiccatoio verticale a turbina, in cui il solido viene fatto cadere lungo una serie verticale di dischi rotanti, mentre i gas essiccanti passano fra un disco e l’altro.

Ricordiamo finalmente rapidamente, nella grande gamma esistente, alcuni altri modelli interessanti, come gli essiccatoi a camere a funzionamento discontinuo, utilizzati per i materiali a blocchi, come ceramiche e laterizi; quelli a ciclo discontinuo e riscaldamento indiretto, che possono essere orizzontali o verticali, e trovano vasto impiego nell’industria alimentare; e quelli tipici dell’industria farmaceutica, utilizzati per i solidi in soluzione, che sono costituiti da un cilindro cavo percorso dal vapore, che ruota lentamente. In tali dispositivi, il prodotto viene spruzzato sulle pareti esterne e in seguito raschiato con delle spatole, dopo che il calore lo ha interamente essiccato.


Cosa rende bella una porta interna?

Sono moltissimi gli elementi che compongono una casa! E ciascuno di essi ha un ruolo particolare e rilevante nel farne una dimora bella e confortevole. Dalla scelta dei colori a quella dei materiali, all’impatto dell’illuminotecnica, una casa è come un puzzle, in cui tutti I pezzi, per piccoli che siano, partecipano a renderla personale e intima. Stranamente, e senza vere ragioni, fra questi elementi uno viene spesso sottovalutato, pur essendo importantissimo nell’arredo, sia dal punto di vista estetico che funzionale: le porte in legno.

La comparsa di tanti altri materiali, infatti, che pur si sono conquistati prepotentemente un posto di preminenza nell’arredo, non ha spodestato il legno come materiale preferito per le porte di buon livello: in tutte le case, la scelta può essere se realizzarle a battente o invece scorrevoli, e al limite se inserire dei riquadri per arricchirla con una vetrata artistica, ma non viene neanche messo in discussione, da architetti, arredatori e clienti, che il materiale preferibile con cui realizzare le porte sia una qualche essenza di legno, pregiata o più comune, dal teak al noce nazionale.

Se tanta diligenza viene giustamente data quindi alla scelta accurata di ogni aspetto del proprio arredo, quindi, altrettanta è giusto darne alla selezione delle proprie porte interne. I criteri applicabili sono molti e diversi, come per tutti gli altri aspetti dell’arredamento di una casa; affidandosi però al giudizio e all’esperienza di chi si occupa ogni giorno di porte da un punto di vista professionale, se ne possono riconoscere alcuni obiettivi, che possono fungere efficacemente da base per una scelta competente e ragionata: sono basati su una analisi precisa di cosa sia una porta, per stabilirne le caratteristiche che possono dettarne l’eccellenza.

Partiamo dal presupposto che, come prima cosa, una porta sia un elemento d’arredo che, a differenza di altri, si ripete identico, sovente in molti esemplari, all’interno della casa. Questo rende obbligatorio che la porta sia bella. E benché, naturalmente, il gusto estetico sia un fatto squisitamente particolare, esistono certamente criteri obiettivi – come il mantenimento in tutte le porte della casa dello stesso punto di colore del legno, e dell’identica fiammatura – che dimostrano come la porta sia stata prodotta non in serie, per essere conservata in magazzino, ma per un progetto preciso, e con un alto livello di qualità – e appunto, di bellezza.

Un secondo elemento che di frequente viene sottovalutato ha invece a che vedere con l’aspetto funzionale della porta, intesa come oggetto che svolge il lavoro, non leggero, di aprirsi e chiudersi migliaia di volte. Una porta cigolante, che sveglia tutti gli abitanti della casa se aperta durante la notte, o una porta che si incastra nei battenti perché si gonfia con l’umidità, o ancora una porta che non rimane chiusa bene e si apre alla minima raffica di vento, sono tutti elementi di microstress che, nella nostra casa, non dovrebbero essere presenti. È necessario che una porta funzioni in maniera impeccabile, sempre, e quindi che sia confortevole.

Terzo e ultimo elemento di valutazione, da non confondere con il precedente, è infine il criterio di solidità. Un segno inconfondibile di una porta di scarsa qualità è quello di essere realizzata con materiali scadenti, più leggeri, proni a ingrossarsi per l’umidità, al deformarsi con il tempo, a creparsi. Una porta di elevata qualità, invece, è costruita esclusivamente con materiali di prima scelta, come il listellare di legno massiccio, che la rende di una solidità a tutta prova.


I disabili sono cittadini dotati di diritti – gli stessi di tutti

Non sono certamente pochi, ed è facile per chiunque immaginarlo, i problemi quotidiani, di ogni tipo, che tocca sostenere a chi si trova, a qualsiasi età, a dover fare i conti con una qualunque disabilità. A differenza però dei più evidenti e semplici da individuare, come quelli legati alle barriere architettoniche, che sono superabili con mille accorgimenti, dalle rampe d’accesso per le sedie a rotelle ai servoscale per disabili, alcuni problemi sono di tipo più subdolo, legati alla forma mentis comune, e enormemente più complessi da fronteggiare e eliminare.

Sfortunatamente, infatti, il punto di vista con cui la grande maggioranza delle persone si avvicina al problema dei disabili è ben poco oggettivo, e in effetti si incentra su un fondamentale malinteso della questione, facendone un proglema di magnanimità o ricompensa verso i disabili, in ragione del dolore e delle difficoltà che tale categoria vive evidentemente ogni giorno. Tuttavia, proprio come tutti i punti di vista maggioritari, questo è così profondo da rendere difficile perfino notarlo, e a maggior ragione riconoscerne l’errore di fondo; e per questo, i più continuano ad essere convinti che la soluzione al problema dei disabili stia nel dare servizi e facilitazioni ai disabili in modo da consolarli, per quanto possibile, di quel dolore che vivono per via della propria situazione fisica.

Sebbene nessuno metta ovviamente in dubbio tale sofferenza da un punto di vista squisitamente umano, tuttavia, una corretta analisi dei termini della questione non può che evidenziare come questa concezione del problema sia, in effetti, quella più semplicistica, e anche meno costosa – ci richiede solo di fare qualche spesa per rampe d’accesso e segnalatori acustici ai semafori – e specialmente, più superba e discriminante. Ma se valutiamo onestamente il problema, non potremo che renderci conto che quanto stiamo facendo è semplicemente estendere a tutti i cittadini, anche se disabili, quei diritti che costituiscono il presupposto della nostra società civile.

Tentiamo infatti un’analisi serena della questione, che non scada mai nella banalità o nel buonismo (che spesso servono solo a mettere a tacere le nostre coscienze) ma che applichi criteri razionali e pacati come merita una questione così importante,

Ragionare di abbattimento delle barriere architettoniche significa infatti, unicamente, fronteggiare una situazione che è, di fatto, assolutamente chiara da valutare;

1. esistono dei diritti che riteniamo legittimamente essenziali e fondanti per la nostra società, che possiamo definire civile esclusivamente se tali diritti sono a tutti estesi e da tutti godibili;

2.nel dire “estesi a tutti” non stiamo, evidentemente, escludendo a priori alcuna categoria, meno che mai sulla base delle condizioni fisiche, proprio perchè il godimento dei diritti non deve trarre origine dal grado di salute;

3. dato che, di fatto, esistono situazioni fisiche, come la disabilità, che potrebbero andare a precludere il godimento di tali diritti da parte di alcuni cittadini, diventa assolutamente naturale porre rimedio alla situazione e strutturarsi in modo da ripristinare tale godimento per tutti.

Non è del tutto sbagliata l’osservazione di chi volesse teorizzare che, dopotutto, nella pratica quotidiana diventano ben ridotte le differenze fra i due tipi di ragionamento, e che entrambe in conclusione ci portano a ricercare, eliminare, e risolvere la questione delle barriere architettoniche, com’è doveroso. Rimane però una differenza rilevante, soprattutto per quanto riguarda il rispetto di un’intera categoria, quella dei disabili: e cioè che occuparsi di questo problema non sia, in alcun modo, una questione di beneficenza, ma esclusivamente un preciso dovere civile.


I vantaggi dei sistemi di marcatura laser

Se per molto tempo gli standard per la marcatura dei pezzi prodotti nelle industrie manifatturiere sono stati quelli delle tecnologie di stampa, come l’inkjet e la serigrafia, è oramai da svariati anni che stanno acquisendo portata e valore sul mercato le marcature e le incisioni laser. Il fondamento è da ricercarsi nei punti di forza di tale tecnologia, che offrono preziosi vantaggi a chi la adotta:

1. La marcatura laser è stabile – non soltanto nel senso di “durevole e resistente”, ma nel significato ben più considerevole che nella maggior parte dei casi è assolutamente impraticabile rimuoverla senza annientare contestualmente l’oggetto marchiato;

2. La precisione dei sistemi di marcatura laser è assoluta: il segno richiesto, per complicato che sia, viene rifatto esattamente identico e in maniera nitida ad ogni marcatura – spesso con grandissima velocità;

3. Il controllo digitale delle macchine marcatura laser; lavorare con macchine integralmente digitali significa che il cambiamento di un marchio, che si riduca ad una sola linea o sia una completa modificazione, non richiede la modifica di neppure un pezzo meccanico, ma si svolge soltanto selezionando un diverso file da far imprimere alla macchina.

4. La completa mancanza di materiali consumabili, ricambi, e parti sostitutive: le macchine laser non consumano altro che corrente elettrica, e la durata dei componenti laser può raggiungere le decine di migliaia di ore. Una volta acquistato il dispositivo, l’investimento è semplicemente ammortizzabile.

Una volta che tutti i parametri siano stati impostati correttamente, diventa quindi possibile imprimere un marchio perfettamente costante su qualunque numero di pezzi. A seconda appunto di tali parametri, è possibile ottenere diversi risultati:

1. Una effettiva incisione, scavata nel materiale; questo processo è affine a quello una volta ottenuto con delle presse meccaniche, che punzonavano i marchi nei pezzi finiti. Utilizza di solito un laser CO2 o YAG, e può essere applicato sulla superficie di quasi qualsiasi materiale, con profondità variabili da appena percettibili a notevolmente profonde; è questo, ad esempio, il processo che si utilizza per registrare i numeri di serie sulle parti metalliche dei fucili e delle pistole.

2.Una marcatura leggerissima, che generi una minima erosione del materiale e un’alterazione insignificante della sua superficie. Questo procedimento, molto più leggero, viene utilizzato in industrie molto specifiche, con esigenze particolari: ad esempio, è quello preferito per segnare componentistica elettrica, semiconduttori, fusibili e parti ceramiche, che potrebbero essere danneggiate, o alterate nelle loro caratteristiche significative e funzionali, da un’incisione superiore.

3. Una marcatura colorata. Il laser, di per sè, non stampa, incide: per questa ragione, di regola, non può realizzare marchi colorati. Ciononostante anche questo confine può essere superato, realizzando i pezzi con plastiche particolari, o addizionate di sostanze chimiche specifiche, che una volta irradiate dal laser reagiscano cambiando colore dove colpite. Il prodotto è un marchio nitido quanto tutti i marchi laser, ma colorato.

4.Una marcatura nera su superficie metallica. Utilizzando un laser di tipo YAG, a bassa potenza e velocità e alte frequenze, è possibile ricuocere la superficie del metallo, ottenendo una marcatura nera a livello, senza abrasione, che lasci la superficie perfettamente liscia.

5. Una marcatura a contrasto. In questi casi, il materiale viene prima coperto di una vernice o di uno strato plastico; il laser ha qui il ruolo di asportare quel sottile strato di copertura, in modo da rivelare il colore del materiale sottostante. Il procedimento viene anche utilizzato per esporre il metallo laddove debba, ad esempio, avvenire un contatto elettrico, lasciando il resto del pezzo isolato.


Liposuzione laser o tradizionale: come scegliere?

Oggi, e tutti ne siamo perfettamente consapevoli, il nostro successo in tutti gli ambiti, in quello sociale come in quello lavorativo, ha una componente forse discutibile ma innegabile: quella del nostro aspetto fisico. La nostra società così legata all’immagine ci impone perciò, se vogliamo assecondarne i canoni, di avere una forma impeccabile, che spesso la vita sedentaria che conduciamo, unita ad un’alimentazione raramente sana, non ci regala. Ci troviamo perciò a scoprire sul nostro corpo accumuli di grasso superfluo, pancetta, doppio mento o cellulite, che sembrano resistere tenacemente a diete e ginnastica e ci obbligano a cercare soluzioni efficaci e rapide di tipo alternativo, e quindi chirurgico.

A lungo, la risposta a questi problemi è stato un intervento che tutti conosciamo, che si dimostrò per primo rivoluzionario e risolutivo, e per questo conquistò grande attenzione e diffusione: la liposuzione che oggi noi definiamo di tipo “tradizionale”.

Per quanto obiettivamente efficace nel ridurre, anche di grosse volumi, le masse adipose superflue accumulate, la liposuzione di tipo tradizionale presentava anche significative complicazioni. Non dimentichiamo infatti che stiamo parlando di un autentico intervento chirurgico, con tutte le difficoltà e complicazioni che questo comporta, dall’anestesia al decorso post-operatorio: inoltre, nello specifico, parliamo di un’operazione molto traumatica per il corpo, che prevedeva la frantumazione dell’adipe con mezzi meccanici, e la sua aspirazione in forma solida tramite una grossa cannula, entrambi interventi che spesso erano causa di complicanze, effetti collaterali, e problemi anche gravi alla salute, e paradossalmente a volte anche all’estetica, del paziente.

1. dolore: per via del trauma subito durante l’operazione, spesso piuttosto violento, capitava spesso che dopo gli interventi di liposuzione tradizionale il paziente lamentasse gravi dolori nella zona che era stata trattata;

2. cicatrici: la cannula utilizzata per gli interventi di liposuzione tradizionale era di grosso calibro, e richiedeva quindi di praticare un tagliio significativo per introdurla nella parte da operare. A seconda della zona trattata e anche dell’abilità dell’operatore, questo poteva portare alla formazione di vistose cicatrici;

3. inestetismi: soprattutto se venivano asportate grandi quantità di adipe, poteva talvolta verificarsi uno svuotamento non omogeneo, con conseguente formazione di uno sgradevole effetto a solchi nella pelle della zona trattata, molto difficile da riparare e perfino più deturpante del problema che si era intervenuti per risolvere.

Proprio per ovviare a tali inconvenienti, la nuova scuola della liposuzione laser, o smartlipo, ha adottato un diverso tipo di approccio al problema. Se infatti effettuiamo un’attenta analisi degli effetti collaterali che abbiamo elencato, scopriremo che tutti derivano, alla fine, dalla violenza del trattamento, necessaria per spezzare e asportare il grasso in forma solida. Per evitarli, quindi, si è cercata una soluzione che non richiedesse tanta forza – e questa è stata sciogliere il grasso sottocutaneo, con il calore generato da un raggio laser, e quindi aspirarlo in forma liquida, tramite una cannula sottilissima. Il raggio laser può essere direzionato con grande precisione, per agire esattamente dove serve; e la cannula così sottile ha il vantaggio di non danneggiare i tessuti in alcun modo, il che mette al riparo dalla serie di problemi che abbiamo visto. Con il nuovo procedimento smartlipo, infatti, oltre alla significativa riduzione delle masse adipose, si ottengono risultati eccezionali in tutti i campi collaterali che abbiamo visto:

1.nessun dolore: la cannula utilizzata è tanto sottile che è paragonabile all’ago di un’iniezione, e non richiede neppure anestesia totale; l’intera azione inoltre, non avendo traumi meccanici, è tanto delicata che non danneggia il corpo e non lascia strascichi dolorosi, nè un reale decorso post-operatorio;

2. assenza di cicatrici: utilizzando una cannula molto sottile, come dicevamo, è possibile evitare l’incisione significativa un tempo necessaria per l’inserimento della stessa. Mancando l’incisione, non esistono a questo punto rischi di comparsa di cicatrici visibili, che potevano inficiare il buon risultato estetico del trattamento di tipo tradizionale;

3.nessun inestetismo: poichè il grasso sottocutaneo viene aspirato in forma liquida, la riduzione della massa adiposa è omogenea e uniforme nella zona trattata, il che mette la pelle al riparo da rischi di solcature e cedimenti, e le fa mantenere un aspetto sano anche subito dopo l’intervento.


Angus e Kobe: viaggio nel mondo della carne pregiata

Non importa se la prospettiva della serata sia una cena in compagnia, a casa, con un bel drappello di amici, o a maggior ragione un’uscita in un buon ristorante; legittimamente, oggi si desidera poter provare quanto c’è di meglio nel campo della buona cucina. E quando si parla di carne, ci sono enormi differenze fra le varie qualità. Non tutti i macellai però, e conseguentemente disgraziatamente non tutti i locali, hanno a disposizione i tagli e le qualità migliori; se chiedete al ristorante carne Milano ha svariati ristoranti in cui possono servirvela, ma è probabile non trovarne allontanandosi dalla grande città, così come è di sicuro più facile che vi possano proporre carne Kobe in un ristorante di Roma piuttosto che nelle campagne laziali in qualche osteria. Insomma, già la nostra giustamente famosa fiorentina , e ancor in maggior misura i tagli pregiati di origine straniera, sono sempre difficili da scoprire, e rimangono sfortunatamente un prodotto di scarsa diffusione, apprezzato solo in poche nicchie di amatori che se lo concedono come un lusso.

C’è però da domandarsi cosa possa poi avere di tanto particolare, a parte un nome esotico e una fama impeccabile, una bistecca pregiata rispetto a un buon taglio di carne comune, senza nomi altisonanti: è una domanda legittima. Con tutto ciò, studiando la domanda, la differenziazione risulta decisamente concreta, e fondata su basi molto concrete di biologia dell’animale allevato e macellato e di genetica della sua razza specifica, combinate alle speciali condizioni di allenamento nelle quali l’animale viene fatto crescere. Da questa fausta unione fra natura, elemento innato della razza, e allevamento, scelta scientifica e qualificata dell’allevatore, risultano alla fine delle varietà di carne eccellenti, ricche di gusto e dalla consistenza inconfondibile, che mostrano di valere appieno la fama – e il prezzo – con cui ci vengono presentate.

Per fare un esempio, da diversi anni gli appassionati di carne di manzo dimostrano un grande apprezzamento per la famosa “Carne Angus”, proprio quella di cui parlavamo poco fa: è un caso da manuale di tipicità derivanti soprattutto dalla genetica dell’animale. La carne di razza Angus ha infatti cellule ricchissime di miostatina, una proteina che regola appunto la crescita dei muscoli: in parole più semplici, questo si traduce in un contenuto di grassi alto (che dà alla carne sapore), e diffuso finemente, con un risultato detto dagli specialisti di “marezzatura” (che d’altro canto la rende insolitamente tenera)

C’è poi un’altra carne, che abbiamo nominato all’inizio di questo articolo, con caratteristiche simili, e anzi, secondo certi, anche superiori: si tratta della carne Kobe, che viene prodotta a partire da bestie di una particolare varietà della razza Wagyu. La carne Kobe ha origine in Giappone, dove le sue caratteristiche genetiche (simili a quelle appena descritte per la razza Angus, ma ancora più marcate, dato che il livello di grassi è intorno al 30% mentre nelle migliori carni dell’USDA se ne trova al massimo l’8%), responsabili della sua straordinaria tenerezza, sono state storicamente affiancate da peculiari tecniche di allevamento, come l’alimentazione arricchita con birra e l’irrorazione dell’animale con liquore di riso, fatto poi entrare nelle carni tramite il massaggio dei quarti dell’animale da parte dell’allevatore stesso..


Ai disabili non serve carità, ma diritti precisi

Le evidenti differenze nella vita quotidiana di disabili e persone non affette da tale problema sono facili da pensare, su un piano teorico, ma talora più complesse da vedere nell’immediato, quando calate nelle situazioni che si fronteggiano ogni giorno. Tuttavia, come di frequente accade con i grandi problemi, è da esempi pratici e perfino un po’ banali che è facile cogliere la situazione della parte che non si conosce, e capendola immedesimarvisi pienamente. Se, ad esempio, si tratta di salire delle scale o di prendere ascensori disabili e sani sono su piani opposti: per i primi, la seconda scelta è una necessità, laddove per i secondi è solamente una comodità.

Da questa discrepanza di esperienze e di vedute, che rende difficile alla maggior parte delle persone, non affetta da alcun genere di disabilità, capire il fatto che esista tutta una serie di servizi e strutture che per molti sono solo una comodità, ma per alcuni sono imprescindibili, nasce la scorretta visione del problema che rimane ancora, sfortunatamente, la più diffusa, ossia quella per cui sia giusto elargire ai disabili servizi e “comodità” proprio per ricompensarli di una vita difficile e faticosa.

Il problema è proprio che, al primo esame, questo appare un modo di vedere le cose molto nobile, per non dire altruista; tuttavia, un’analisi sincera lo svela come una visione superba e discriminante, che fra l’altro ha il vantaggio di costare ben poco in termini di sforzo e fatica. Guardando il problema in quest’ottica, ci illudiamo che sia una questione appunto di carità, quando è invece un impegno di civiltà e di estensione doverosa a tutti di quei diritti che giustamente ci onoriamo di definire fondanti per la nostra società.

Avvicinandoci dunque alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, proviamo ad utilizzare un atteggiamento più oggettivo, e soprattutto più razionale, l’unico che possa, con un semplice ragionamento qui riassunto in tre soli passaggi, portare a capire il vero centro della questione;

1. viviamo in una civiltà che si fregia, e giustamente, di avere riconosciuto dei diritti essenziali per tutti, che fanno parte del fatto stesso di essere umani, e che devono da tutti essere accessibili e godibili, senza alcun tipo di distinzione;

2. nel momento stesso in cui diciamo “tutti”, stiamo esprimendo un’idea fondamentale: ossia che non vi possano nè debbano essere discriminazioni nell’estensione di tali diritti – neppure quindi, com’è naturale, in base alle condizioni fisiche delle persone;

3. è però un fatto concreto e certo che, di per sè, molte disabilità possano precludere o danneggiare la possibilità del cittadino di godere dei propri diritti civili. Ne deriva che è logico e ovvio che la società civile si adoperi per rendere possibile il superamento di tali ostacoli e reintegrare la piena condivisione dei diritti stessi.

Non neghiamo che entrambe le prospettive, anche quella che critichiamo, portino nella prassi a conseguenze positive; entrambe, ad esempio, portano identicamente a combattere ed eliminare le barriere architettoniche. Non sottovalutiamo però la differenza: perchè per conferire ai disabili il rispetto e la dignità che sono loro dovuti, è importantissimo segnare una linea precisa fra quella che a taluni piace considerare carità e il fatto che è, invece, un categorico dovere sociale.


Disinfestazione: come funziona?

C’è chi dice – e a voler ben vedere, non del tutto a torto – che quando noi esseri umani dichiariamo di avere colonizzato tutto il nostro pianeta, e di esserne la specie dominante, pecchiamo di una superbia che, in termini biologici, è persino un po’ ridicola. E anche volendo decisamente prescindere da qualsiasi implicazione filosofica o etica, materie che esulano dallo scopo di questo testo, bastano anche pochi e semplici dati numerici a farci sospettare di non avere poi, forse, diritto a questo primato.

E uno dei più significativi e sconvolgenti, fra questi dati, riguarda precisamente gli insetti. Un mondo immenso, come capiamo anche istintivamente nel momento in cui pensiamo che sono insetti le farfalle che guardiamo ammirati, le mosche che ci infastidiscono, le api che impollinano i fiori, ma anche le zanzare che ci tormentano in estate, le formiche con la loro eccezionale organizzazione, i moscerini che scacciamo dai nostri frutteti… un mondo che conta un milione circa di specie catalogate, e – pensano gli entomologi – forse altrettante tuttora da individuare. E una presenza così massiccia, a così stretto contatto, non può che causare quella battaglia che chiamiamo disinfestazione.

Tecnicamente, la parola “disinfestazione” si riferisce appunto all’eliminazione, o quantomeno riduzione, del numero dei parassiti e dei danni che essi causano. E visti i numeri di cui abbiamo parlato, e la pervasività degli insetti – che sono presenti nelle nostre coltivazioni, negli impianti delle nostre industrie alimentari, finanche nelle nostre case – lavorare per limitarne la presenza e i danni diventa evidentemente un’esigenza irrinunciabile.

Un disinfestazione completa si compone di tre parti. Si comincia con un monitoraggio, momento indispensabile per assicurare il buon risultato di tutto il processo, che è a sua volta diviso in tre momenti:

1. l’analisi ambientale: prima di poter disinfestare, bisogna ragionare attentamente sull’ambiente dove si andrà ad operare, e ancor di più fornire una precisa misurazione della “pressione d’infestazione”, vale a dire della effettiva gravità del problema;

2. lo studio di quali insetti siano presenti: abbiamo prima parlato di quante varietà di parassiti esistano, e questo rende chiaro che non è possibile combatterli con efficacia se non si ha un’idea chiara di quali stiano infestando l’ambiente su cui lavoriamo;

3. schema del piano di lotta: una volta che sono state raccolte le informazioni di cui abbiamo discusso, è possibile programmare precisamente quali azioni avviare, innanzitutto per sopprimere la massima percentuale possibile di parassiti presenti, ed oltre a questo – fase altrettanto fondamentale – quali contromisure attivare per restringere, o eliminare, il futuro proliferare degli stessi, da un progetto di pulizie regolari ed accurate alla messa in opera di barriere fisiche.

Una volta effettuata la pianificazione, si passa com’è logico all’esecuzione del programma delineato anteriormente, mettendo in opera le tecniche e i mezzi adeguati, calibrati sia alla gravità del problema in essere che sulle specifiche esigenze dell’ambiente (in una coltura in campo aperto, è irrealistico, e non necessario, sforzarsi di portare a zero il numero di insetti presenti, poiché una protezione totale non è in alcun modo verosimile. D’altro canto, all’interno degli impianti di un’industria alimentare, è richiesta e necessaria un’eliminazione completa di ogni esemplare di insetto.)

Ottenuto il successo desiderato, scatta la terza fase: un diligente mantenimento delle condizioni raggiunte, tramite preciso monitoraggio dei risultati, essenziale anche per avere le eventuali certificazioni richieste in determinati ambiti operativi.


Perchè valutare una liposuzione dell’addome

Possiamo esserne contenti, semplicemente accettarlo, o opporci strenuamente, ma un fatto siamo costretti a riconoscerlo: il modo in cui ci presentiamo, insomma il nostro aspetto fisico, è ormai un elemento assolutamente determinante, sia per gli uomini che per le donne, anche in ambiti che un tempo non sfiorava. Non parliamo infatti di un semplice successo sociale, dove la bellezza ha sempre avuto un peso; oggi l’aspetto fisico è carico anche di connotati legati ad un carattere vincente, ad un atteggiamento dinamico, e un aspetto bello e sano diventa un requisito necessario perfino in un ambito come quello lavorativo. Non c’è quindi da meravigliarsi se tanti sono, continuamente, i regimi di ginnastica, i suggerimenti di dieta, i farmaci o gli interventi chirurigici che vengono sviluppati e proposti al semplice scopo di liberarsi del peso in eccesso in maniera che sia semplice e veloce, e potersi presentare in tutti i momenti della propria vita con un fisico asciutto, ormai sinonimo di carattere e quindi di successo.

Ma il mondo del dimagrimento non è nè uniforme nè semplice. Ci sono tanti tipi di problemi di peso – e quindi ci sono tanti modi di affrontare il problema del perderlo. Anche semplificando, pensiamo a due situazioni diversissime fra loro: quella di un grande obeso e quella di una persona con accumuli di grasso superfluo contenuti e localizzati. Si tratta di condizioni molto dissimili, e che richiedono approcci necessariamente differenti. Se nel primo caso infatti la priorità è l’abbattimento della massa grassa, da ottenere quindi con rigidi regimi dietetici accompagnati da un’intensa attività fisica – perchè a contare sono semplicemente i chili che si riescono ad eliminare, per alleggerire il pesante e pericoloso stress che l’obesità impone all’organismo – il secondo caso è invece purtroppo resistente a questo genere di metodi risolutivi, e richiede altre strade. Un esempio su tutti è quella tipica adiposità localizzata sull’addome che spesso ritroviamo soprattutto nei maschi, che si dimostra refrattaria ad essere ridotta con diete e ginnastica per tre ragioni:

– tempo: un dimagrimento di tipo estetico, spesso, ha un certo carattere d’urgenza: se stiamo perdendo peso per presentarci meglio a chi fa parte, a qualsiasi titolo, della nostra vita, possiamo non essere disposti ad impiegare mesi e mesi per raggiungere tale obiettivo;

– praticità: non è particolarmente complesso preparare, anche da inesperti, un regime alimentare più sano e leggero, e introdurre qualche ora di esercizio fisico nella nostra agenda quotidiana, se a interessarci è un dimagrimento in senso generico, e di certo vedremo qualche risultato. Ma non è altrettanto semplice pianificare alimentazione e ginnastica per perdere peso esattamente dove lo vogliamo, e spesso sono richieste competenze che non abbiamo;

– possibilità;se la “pancetta” è tanto diffusa, perfino su persone che non soffrono di alcun altro problema di peso o d’aspetto, è per un motivo reale: il grasso addominale è particolarmente legato al corpo e difficile da eliminare, tanto che talvolta i mezzi naturali non sono in grado, semplicemente, di eliminarlo.

Questa serie di motivi rende particolarmente desiderabile, per il dimagrimento dell’addome, una soluzione alternativa come la liposuzione. Soprattutto con le tecniche più moderne, infatti,l’intervento di liposuzione addominale offre caratteristiche ideali per affrontare questo tipo di problema:

– rapidità: se una volta l’intervento di liposuzione era accompagnato da lunghi e sgradevoli tempi di recupero post-operatori, le nuove tecniche oggi utilizzate, e prevalentemente quella laser, hanno ridotto tali tempi drasticamente, permettendo interventi che si risolvono in un paio di giorni col rientro in attività ;

– armonia: l’operatore competetente che effettua oggi una liposuzione addominale dispone della preparazione e degli strumenti per andare oltre la semplice eliminazione del grasso dall’addome, arrivando alla vera e propria scultura del corpo, per rimodellare la silhouette del paziente in modo più armonioso;

– definitività; la liposuzione, rispetto alle diete e alla ginnastica, presenta un enorme vantaggio: con le teniche moderne, va a distruggere gli adipociti che si erano saturati di grasso. In questo modo, sarà più difficile che il paziente ritorni ad una situazione simile a quella in cui si trovava prima dell’intervento, sia a livello di recupero di peso che di effettivo accumulo nella zona addominale.


L’importanza dei diritti dei disabili

La nostra intera società è teatro di una battaglia, fra tante, che pur essendo praticamente costante è anche, molto di frequente, silenziosa; è una spinta nobile e doverosa, quella a accordare a tutti i cittadini la prospettiva di godere realmente di diritti che, in altro modo, rimarrebbero solo teorici. Ci riferiamo, nello specifico, al riconoscimento dei diritti dei disabili: un riconoscimento che non si limita naturalmente all’installazione di rampe d’accesso o di montascale, per quanto possano essere elementi utili e necessaro, ma che parte da un cambiamento di modo di pensare.

A dover variare e svilupparsi, in maniera profonda e radicale, è in realtà l’ottica quotidiana con cui ci poniamo verso il problema: un’evoluzione di cultura che va a toccare abitudini e meccanismi sovente radicati in maniera profonda, talora difficili da distinguere e percepire. Il ragionamento che applichiamo di solito, infatti, è animato da ottime intenzioni : “I disabili si trovano, a causa degli handicap di cui soffrono, a vivere spesso ostacoli e fronteggiare fatiche e complicazioni che non capitano alle persone fisicamente sane. Per ripagarli di tali sofferenze, è doveroso dare loro qualche agevolazione.”

Non sembra scorretto, non è vero? Anzi, ci appare come un’ottima concezione del mondo, generosa verso i più deboli, giusta, e che alla fine ci costa poco: qualche intervento architettonico, qualche parcheggio dedicato, qualche segnalatore sonoro ai semafori. Sfortunatamente, è una visione comoda ma in realtà profondamente ingiusta, e perfino superba. La questione infatti viene posta nei termini sbagliati: non si tratta di offrire conforto, o di dispensare favori, o di ripagare sofferenze a chi soffre di invalidità: si tratta di realizzare le condizioni fondamentali della società civile.

Il discorso che dovremmo portare avanti è infatti ben diverso: non ha a che vedere con supposta generosità, e meno che mai con un frainteso buonismo. L’ottica reale da cui trattare il problema dei diritti dei disabili è: “Ci sono diritti che sono irrinunciabili: perchè la società sia realmente civile, è necessario che tutti ne godano, nella pratica così come nella teoria. Come si può fare per far sì che anche i cittadini vittima di handicap o disabilità di qualche tipo, che li limitano nella percezione o nel movimento, non vengano da tale circostanza ostacolati nella fruizione di tali loro diritti?”

In effetti, letti superficialmente, I due ragionamenti potebbero apparire simili, se non nei termini del problema almeno a livello di conseguenze: da entrambi, per esempio, discende la necessità di ricercare, riconoscere, e abbattere tutta una serie di barriere architettoniche. Tuttavia la diversa prospettiva proposta è il cuore del problema, ed è essenziale. Qui non stiamo parlando di fare un regalo di consolazione a degli sfortunati, ma di rispettare un dovere civile preciso: quello di rendere autentici e reali, per tutti, i diritti che siamo soliti affermare soltanto in teoria.

Se quindi, domattina, avremo qualche pena a trovare un posto per parcheggiare la nostra auto, e ci verrà spontaneo un moto di stizza nel vedere inoccupato il posto riservato ai disabili, o ancora se ci infastidirà vedere sommare alle tante spese del nostro condominio quella per sostituire gli ascensori in modo che possano accogliere le sedie a rotelle, ricordiamolo: non stiamo facendo concessioni, ma stiamo – coerentemente – comportandoci da persone civili..