Sushi: nove cose che non sapevate

Vi piace il sushi? Scommettiamo che almeno metà delle notizie che vi diamo vi giungeranno completamente nuove. Sorprendete i vostri commensali alla prossima serata sushi citandole!

1. Sushi non significa per forza “pesce crudo”
In giapponese, Sushi è un termine che si riferisce al riso bollito mescolato con aceto di riso stagionato con zucchero e sale. Quindi, di per sé, qualsiasi preparazione fatta con questo riso è correttamente chiamata Sushi, anche se priva di pesce, come i futomaki, gli ume shiso e molti altri. Recentemente sono comparsi perfino sushi alla carne!

2. Il Sushi non è nato in giappone
Il Sushi è stato sviluppato nell’Asia sudorientale, come metodo per conservare il pesce nel riso e sale: soltanto nell’ottavo secolo, passando dalla Cina, è giunto in giappone. Le forme di sushi che conosciamo oggi, come il nigiri e i rotolini, sono state inventate a Tokyo nel diciannovesimo secolo, e venivano vendute in chioschetti, come cibo di strada.

3. Il riso da sushi non è riso colloso
Il riso colloso a cui molti pensano si faccia ricorso per fare il sushi è in realtà quello utilizzato per confezionare i mochi, dei dolcetti. Il riso da sushi, o shari, si ottiene invece aggiungendo aceto ad alto tasso di zuccheri al riso bollito: sono questi zuccheri a legare insieme il riso e mantenerlo compatto.

4. Lo zenzero è un potente antibatterico
Lo zenzero in conserva che viene servito nei sushi bar non serve solamente a “pulire la bocca” azzerando i gusti, soprattutto dopo il pesce molto grasso: ha anche la funzione di antibatterico, e viene consumato per proteggersi da possibili parassiti sviluppati nel pesce crudo.

5. Il Sushi di tonno è un’invenzione recentissima
In Giappone, intorno al dodicesimo secolo, il tonno veniva chiamato “shibi”, una parola considerata di malaugurio perché faceva rima con quella che indicava il giorno dei morti. Per questa ragione, il tonno veniva consumato soltanto dai poveri, ed era considerato un alimento di basso livello: soltanto nel diciannovesimo secolo, marinandolo nella salsa di soia, Yohei Hanaya introdusse il tonno nel sushi inventando il nigiri. Il successo fu straordinario.

6. In Giappone, sushi fa pensare a…
Normalmente, quando pensiamo al sushi qui in Europa, quello che abbiamo in mente sono i rotolini con riso e alga nori. Ma in Giappone, se dite la parola sushi, il primo pensiero che viene in mente ad un locale sarà sicuramente il nigiri.

7. Non sempre il pesce fresco è migliore
Come alcuni tipi di carne, anche il tonno, ad esempio, inizia ad avere un sapore molto migliore dopo essere invecchiato per una o due settimane. L’Halibut, d’altro canto, appena pescato è quasi immangiabile, legnoso e privo di qualsiasi sapore, come una banana verde e troppo acerba.

8. Nemmeno Sashimi significa “pesce crudo”.

Sashimi significa, letteralmente, “carne affettata”. E infatti esiste, ed è anche molto apprezzato in Giappone, il Sashimi di carne, soprattutto di pollo – naturalmente molto selezionato e assolutamente freschissimo!

9. Wasabi o non wasabi?
È molto raro che nei ristoranti europei venga servito del vero wasabi: solitamente viene usata una sostanza in polvere composta di rafano e senape, con dei coloranti. Solo pochi sushi bar usano il vero wasabi. La ragione? Semplicemente il prezzo: il vero wasabi è carissimo, e quello che arriva dal Giappone può facilmente arrivare ai 200 € al chilo, il che lo rende più costoso di buona parte del pesce che si usa nel sushi stesso!


Le guarnizioni in gomma

Quando parliamo di guarnizioni in gomma ci riferiamo a uno specifico tipo di sigillo meccanico che ha lo scopo di impedire a sostanze contaminanti, ora liquide ora gassose, di diffondersi nell’ambiente al di fuori di dove si desidera che rimangano. Il loro utilizzo più comune è sicuramente nei campi dell’industria dove è estremamente importante adattare perfettamente parti meccaniche le une alle altre; un esempio classico è quello dell’industria automobilistica, ma ce ne sono molti altri, e proprio per questo le misure e i formati delle guarnizioni in gomma sono molteplici, così come le loro tipologie specifiche. Anche solo volendo elencare le più comunemente utilizzate, infatti, possiamo già parlare di guarnizioni in gomma industriali, guarnizioni in gomma per alte temperature, e modelli resistenti al calore diretto.

Le tecniche di fabbricazione di questi oggetti sono numerose, come è normale in un settore dove spesso occorre realizzare prodotti completamente su misura. Dalle guarnizioni realizzate per estrusione e stampo della gomma, infatti, (metodo con il quale si realizza la gran parte dei modelli standard) possiamo facilmente passare a guarnizioni realizzate con taglio a mano, per tranciatura automatica, o perfino con taglio ad acqua per particolari materiali. Dalla forma infatti, oltre che ovviamente dalla qualità della gomma utilizzata, dipenderanno caratteristiche fondamentali delle guarnizioni in gomma, come la massima pressione operativa che potranno sostenere o la capacità di fare da scudo alle interferenze radio ed elettromagnetiche.


Due parabole per il marketing

Il marketing è prima di tutto un modo di pensare. E come per tutti i modi di pensare, a volte il modo migliore di spiegarlo è con una storia… eccone due che potrebbero farvi riflettere.

Un tempo, un ricco mercante acquistò una splendida villa nel cuore della città, con un grande giardino incolto davanti. Aveva intenzione di riempirlo di splendidi alberi rigogliosi, che dessero a tutti la precisa sensazione della sua ricchezza e del suo potere con la loro solidità. Fece quindi piantare dieci alberelli di quercia lungo il viale che attraversava il giardino, e per tre mesi se ne occupò con grande cura, annaffiandoli e controllando che i parassiti non li attaccassero e che il sole li illuminasse.
Ma dopo tre mesi, gli alberelli, pur sani, non erano ancora diventati – naturalmente – le grandi querce che il mercante s’era immaginato. Deluso e arrabbiato, fece sradicare tutte le piante e seminare un semplice prato – che crebbe sì rapidamente, ma non diede a nessuno altra impressione che quella di una grande banalità.

Morale: Tempo e pazienza! Tutto, anche nel marketing, ha i suoi cicli, come la natura. Un alberello non diventa una grande quercia in tre mesi, e una campagna di marketing non porta migliaia di clienti in pochi giorni. Se volete risultati grandi e solidi, dovete dar loro il tempo di crescere: e se invece preferite, com’è legittimo, risultati più rapidi, accontentatevi di qualcosa che, come il prato, non lascia segni nel tempo e funziona solo nel breve termine.

C’era una volta un cavaliere che venne a sapere di una principessa bellissima che un re di un Paese lontano voleva dare in sposa a chi si fosse mostrato più valoroso e capace. Equipaggiandosi per un lungo viaggio, salì a cavallo e partì. Ma quanta ressa sulla strada! Centinaia e centinaia di cavalieri, avventurieri, contadini che speravano in un colpo di fortuna, e anche cacciatori di dote affollavano ogni spazio. La marcia quotidiana era un inferno di spintoni e fatica; ogni sera le locande erano riempite dai primi arrivati e spesso toccava dormire all’addiaccio.
Ma giorno dopo giorno, il cavaliere si accorse che la strada si faceva più libera. Tanti abbandonavano, sfiiti dalla fatica, o rimanevano indietro perché si fermavano a lamentarsi della ressa e del numero dei concorrenti. Le giornate erano meno faticose, le notti meno terribili.
Alla fine del viaggio, solo il cavaliere bussò alle porte del castello.

Morale: è all’inizio che bisogna tenere duro! Quando si attiva una campagna di marketing, la concorrenza è fortissima, spesso anche sleale o molto più forte, l’attenzione che si riceve è poca, le difficoltà numerose e significative. Ma tenendo duro, si vedranno abbandonare, uno dopo l’altro, i concorrenti meno convinti, e lo spazio di manovra si farà sempre più ampio: e anche i risultati si faranno vedere. Non scendete subito da cavallo, la principessa è più in là!


Le diverse applicazioni industriali dei nastri trasportatori

Se pensiamo ad un moderno stabilimento, ad un capannone industriale di un qualsiasi settore produttivo, probabilmente immaginiamo un impianto quasi del tutto automatizzato, in cui i macchinari operino in continuità per trasformare le materie prime nei prodotti finiti che poi potremo acquistare. Ma anche con i macchinari automatici più moderni e veloci, come potrebbe un’azienda sostenere i necessari ritmi produttivi se i trasferimenti da un punto all’altro della catena di produzione fossero lenti e discontinui? Ogni vantaggio dell’automazione verrebbe vanificato. Per fortuna, i nastri trasportatori sono ormai una realtà onnipresente nell’industria, e in ogni settore permettono di risolvere quei problemi caratteristici che rischierebbero di compromettere il buon funzionamento del sistema. Qualche esempio?

Nell’industria manifatturiera, il problema principale è legato a due elementi: la dimensione dei pezzi da trasportare e la complessità dei percorsi che devono effettuare. Fortunatamente, i nastri trasportatori a passo multiplo hanno maglie metalliche tanto strette da costituire una superficie praticamente piana e continua, e possono essere utilizzati anche su percorsi curvi o in salita e in discesa, con appositi “facchini” e sponde che non facciano cadere i pezzi.

Nel campo alimentare, d’altro canto, la prima preoccupazione è sicuramente per l’igiene, che deve essere costantamente garantita: e i nastri trasportatori in rete metallica di acciaio inox sono perfetti per risolvere questa esigenza, dato che sono semplicissimi da pulire a fondo e non offrono alcun rifugio a batteri e resti alimentari che potrebbero decomporsi.

E che dire dell’industria pesante, come ad esempio quella dei trattamenti termici sull’acciaio? Le temperature che vengono raggiunte dai pezzi, e ancor più quelle all’interno dei forni, sono tanto elevate che potrebbero causare grossi incidenti e problemi. Solamente i nastri trasportatori in rete metallica sono in grado, quando opportunamente trattati, di sopportare tali temperature adattandosi senza danno e mantenendo la propria funzionalità per lungo tempo.

E non dimentichiamo, in conclusione, l’industria ittica. Continuamente immersi nell’acqua salata, i nastri trasportatori in acciaio inox sono i soli a poter operare a lungo senza subire alcun tipo di danno; inoltre, la loro struttura a maglie effettua un costante filtraggio dell’acqua stessa, velocizzando l’intero processo di lavorazione – sempre un vantaggio importante, quando si lavora con il cibo.


Ragioni e vantaggi della nichelatura

Fra i trattamenti superficiali a cui è possibile sottoporre vari tipi di oggetti, allo scopo di modificarne le caratteristiche superficiali come durezza e resistenza agli agenti esterni, ricopre sicuramente un posto di spicco quello definito di nichelatura, che consiste, com’è evidente dal nome, nel depositare sull’intera superficie da trattare uno strato sottilissimo di nichel. Questo metallo, da più di cinquemila anni, presenta infatti l’interessante caratteristica di un lunghissimo tempo di ossidazione quando esposto all’aria a temperatura ambiente, il che lo fa considerare resistente alla corrosione, e quindi un’ottima copertura protettiva come rivestimento per metalli.

Vi sono due metodi di nichelatura, che differiscono sostanzialmente, nella procedura, dall’utilizzo o meno della corrente elettrica nella procedura di deposito del materiale. Il primo caso è quello della nichelatura cossiddetta elettrolitica, che per la natura del procedimento è eseguibile unicamente su materiali metallici. La pulizia del pezzo da ogni traccia di grasso o di corrosione è essenziale per la buona riuscita del trattamento, perciò l’oggetto da lavorare viene sottoposto a svariati lavaggi e trattamenti termici prima del procediumento di nichelatura. Una volta che la preparazione è stata completata, si immerge completamente il pezzo in un bagno di soluzione elettrolitica, e lo si pone come catodo, usando invece come anodo del nichel dissolto nel liquido in forma ionica. Come abituale nel procedimento elettrolitico, gli atomi di metallo viaggiano nella soluzione e si depositano sul pezzo, ricoprendolo integralmente.

Al contrario, nella seconda tipologia di procedura, quella di natura puramente chimica, non figura in alcun momento del procedimento l’uso della corrente elettrica. Non si tratta di una differenza irrilevante: la scelta di fare senza elettricità dà in realtà tre significativi vantaggi rispetto alla prassi elettrolitica descritta prima. Il primo e più banale, ovviamente, è che non occorre nessun genere di alimentazione elettrica, e quindi non ha alcun costo energetico da calcolare o sostenere. In secondo luogo, quando vengono depositati chimicamente, gli strati di nichel sono sempre precisamente dell’identico spessore in ogni punto, completamente uniformi, quale che sia la forma, anche molto complessa e scolpita, dell’oggetto. Per finire, siccome non è richiesto da questo metodo che il pezzo sia in grado di condurre elettricità, non è obbligatorio limitarsi ad oggetti metallici e si possono nichelare anche pezzi in plastica o vetro.

A prescindere dal metodo che viene utilizzato, come abbiamo detto, tutti e due I metodi di nichelatura hanno lo stesso obiettivo: quello di dare salvaguardia all’oggetto che viene ricoperto dai danni meccanici e dall’ossidazione e corrosione. Ma non è tutto: la nichelatura di tipo chimico, poichè permette di depositare coperture di spessore variabile, può anche essere applicata per ripristinare le misure precise di funzionamento di un utensile che si sia rovinato con il lavoro. Ne fanno uso inoltre l’industria automobilistica, che protegge così le parti sottoposte a pesante usura, e quella della fabbricazione dei dischi rigidi, nei quali I dischi di alluminio, prima di ricevere lo strato magnetico che conterrà I dati, vengono protetti tramite nichelatura..


Prima della depilazione definitiva…

Capire i vantaggi di una tecnica moderna richiede sempre di analizzare le caratteristiche di quelle utilizzate in precedenza, per evidenziare le differenze e i miglioramenti. Questo discorso vale anche per la depilazione definitiva: una tecnica moderna per risolvere un problema, i peli superflui, affrontato per anni diversamente.

Il Rasoio è probabilmente la più antica, e la più famosa, di tali soluzioni: ha dalla sua alcuni obiettivi vantaggi. Infatti è sicuramente un metodo economico, probabilmente anzi il più economico fra tutti; si può usare senza problemi anche in casa propria; e per un rapido ritocco è obiettivamente comodo. Ma se i suoi punti di forza si fermano qui, va riconosciuto che si accompagnano, purtroppo, a difetti significativi: è un metodo lento, non molto efficace nella durata, scomodo da utilizzare quando si devono raggiungere zone meno accessibili del corpo, e purtroppo significativamente doloroso, specie sulle parti intime.

La soluzione di tipo opposto – legata al lavoro di un’estetista, non domestica, e complessa – ha avuto grande fortuna nel passato per una sua obiettiva efficacia immediata. Ci riferiamo alla ceretta, che obiettivamente rende la pelle subito molto liscia. Purtroppo, ricoprire la pelle di cera calda che viene poi strappata – insieme ai peli in essa invischiati – con lunghe strisce di tela o carta ha due svantaggi significativi: da un lato è famosa per essere molto dolorosa, e dall’altro, obiettivamente più grave, sottopone i tessuti ad uno shock termico che può essere in seguito causa di problemi ben più gravi dei peli superflui.

La soluzione costituita da tutta quella serie di prodotti che hanno il nome collettivo di “creme depilatorie”, e che ha avuto un periodo di grandissima diffusione e successo, si posiziona in un certo modo a metà fra le due precedenti. Tali prodotti, progettati per permettere un trattamento frequente e semplice del problema dei peli superflui, sono di facile applicazione e non causano alcun tipo di dolore. Purtroppo, tuttavia, danno risultati di durata breve, e soprattutto – sebbene siano, naturalmente, sottoposti a controlli severi e scrupolosi al momento della produzione – devono, per funzionare, contenere sostanze chimiche aggressive, che possono sempre essere una causa, specie se applicate spesso, di allergia o irritazione.

Chi ha letto con attenzione questo piccolo riassunto dei metodi di epilazione avrà sicuramente notato, pur fra tante differenze, un punto negativo che tutte le tecniche che abbiamo elencato presentano, ed è un punto fondamentale: stiamo parlando della durata dei risultati. Nessuna, fra le tre soluzioni tradizionali che abbiamo esposto, offre infatti una soluzione permanente al problema: in tutti i casi, i peli ricrescono, e i trattamenti devono essere periodicamente ripetuti. Non così con la depilazione definitiva laser, dove un raggio di luce ad alta energia elimina ciascun pelo superfluo in maniera permanente e irreversibile – e il tutto con i migliori vantaggi delle tecniche tradizionali:

1- nessuno shock termico – con la depilazione laser non si versano sostanze calde sulla pelle – al contrario, si applica un apposito gel proprio per proteggerla da qualsiasi tipo di riscaldamento eccessivo;

2- nessun dolore – poichè nulla viene tagliato o strappato, ed è solo un raggio di luce che agisce sui peli eliminandoli, viene eliminato ogni rischio di dolore;

3- soluzione definitiva -una dozzina di sedute bastano, con la distruzione completa dei peli offerta del laser, a rendere la pelle liscia in maniera permanente: una soluzione assoluta!


Aprire una lavanderia self service: un’avventura… imprenditoriale

Una lavanderia a gettoni come ambientazione per un’avventura? No, non ci stiamo riferendo al recente cortometraggio di animazione “Amazing Laundrette”, presentato proprio in questi giorni come risultato della collaborazione fra Nintendo e Centro Sperimentale di Cinematografia del Piemonte; in quel caso, a vivere l’avventura è un bambino, che aspettando che sia pronto il bucato della madre trasforma con la sua fantasia la grande lavanderia, con gli oblò delle lavatrici e i clienti d’ogni tipo ed età, in un’astronave degna dei migliori racconti di fantascienza .

No: aprire una lavanderia self service, come nuova attività imprenditoriale, è il tipo di avventura a cui ci riferiamo noi. E i tanti pregi delle lavanderie automatiche la rendono una scelta che si sta facendo sempre più diffusa, soprattutto fra chi, magari perché appena uscito dal mondo del lavoro, è alla ricerca di un’attività che abbini ritorni economici costanti e ragionevolmente sicuri con un ridotto investimento iniziale e nessuna complicazione.

Infatti gestire una lavanderia a gettone:

– non richiede alcun tipo di competenza specifica nel settore del lavaggio, dato che i macchinari sono completamente automatici e per di più sono i clienti ad utilizzarli;

– non richiede un impegno di tempo, dato che l’attività procede in totale autonomia, rendendo letteralmente inutile passarci più di pochi minuti al giorno;

– non richiede assunzioni, dato che il servizio offerto è completamente self-service, e le poche necessità di pulizia e riordino sono perfettamente eseguibili dal titolare con un minimo sforzo.

E a fronte di tutto questo, neppure l’investimento iniziale necessario ad aprire la lavanderia è di per sé particolarmente massiccio, e si attesta, per un locale intorno ai 50 metri quadri (e quindi già relativamente medio-grande) intorno ai 60.000 euro, che è naturalmente possibile finanziare almeno parzialmente.

Ci sono naturalmente alcune scelte importanti da fare, dalle quali può dipendere in maniera significativa il successo dell’attività; prima fra tutte è sicuramente la scelta della location ideale, che garantisca il passaggio di gente e quindi la presenza massiccia e continuativa di clientela.

I consigli degli esperti sono qui piuttosto unanimi: le zone “calde” da preferire sono quelle vicino a università, ospedali, ostelli, e soprattutto grandi centri residenziali. Non deve mai essere poi trascurata l’importanza di avere un parcheggio vicino, che facilita enormemente le visite dei clienti. Garantito questo, i fattori che invogliano un cliente a servirsi di una lavanderia automatica sono il risparmio di tempo, la qualità del servizio – intesa sia come rapidità del lavaggio che come effettivo livello di pulizia – sia, naturalmente, i costi contenuti.

In secondo luogo, l’imprenditore dovrà occuparsi di scegliere i macchinari migliori: la qualità del lavaggio e dell’asciugatura è infatti un fattore determinante per la buona riuscita dell’impresa. In una lavanderia a gettoni, anche la più semplice, dovranno infatti trovarsi lavatrici, asciugatrici, distributori di detersivo e cambiamonete – o addirittura appositi dispositivi per ricaricare le card magnetiche che in molti casi stanno sostituendo i tradizionali gettoni.

Considerando quanto possa essere complessa questa scelta – e tenendo anche conto della necessità di realizzare appositi impianti elettrici e idraulici, sono moltissimi gli imprenditori che scelgono di rivolgersi ad apposite aziende specializzate, capaci di offrire un servizio completo e “chiavi in mano” per l’apertura di una lavanderia self-service di qualsiasi dimensione e complessità. In tal senso la scelta di partner è vastissima, da grandi franchising (Miele, fra i più celebri) a realtà specializzate nello start-up di lavanderie self service, come Drytech.

Terzo punto essenziale è sicuramente quello dell’assistenza tecnica: un tipo di servizio vitale per le lavanderie automatiche. Un fermo macchina, infatti, dovuto a qualsiasi guasto, è una perdita secca sia sul piano degli incassi – una lavatrice rotta non lavora! – sia su quello dell’immagine del negozio, che sicuramente soffre della presenza di macchinari non funzionanti. Anche in questo caso, le agenzie di cui parlavamo poco fa provvedono normalmente al supporto tecnico: sarà bene assicurarsi che siano garantiti interventi tempestivi e risolutivi. Completano il quadro le forniture di prodotti di consumo, come ammorbidenti e detersivi, che devono essere regolari e di prodotti di qualità elevata.

Si tratta quindi di un’avventura vera e propria, con le sue complessità, le sue scelte, e naturalmente le sue ricompense per il successo: non sono pochi gli imprenditori che sono riusciti, con questo metodo, a costruirsi delle interessanti rendite integrative, o addirittura un introito mensile regolare.


L’anatocismo nell’ordinamento Italiano

La storia dell’anatocismo bancario nell’ordinamento giuridico italiano è caratterizzata, fin dal suo inizio, da una netta contraddizione di fondo. Se è infatti vero che, ai sensi dell’articolo 1823 del codice civile, l’anatocismo è sempre stato vietato, è altrettanto vero che, in base alla giurisprudenza e all’uso corrente, la pratica di calcolo degli interessi sugli interessi passivi, e quindi della loro effettiva capitalizzazione su base trimestrale, era assolutamente avallata e quindi non illegittima. E questo nodo legale continuò a permanere per molti anni, se pensiamo che la revisione della legge sull’anatocismo non iniziò a concretizzarsi in maniera sensibile se non con la sentenza della Cassazione del novembre 2004.

Possiamo identificare però una traccia dell’inizio del dibattito già cinque anni prima, nel ’99, quando il Decreto Legislativo 342 iniziò a prevedere che fosse possibile stabilire i criteri della maturazione degli interessi sugli interessi solamente in un regime di uguale periodicità fra saldi passivi e saldi attivi – e non quindi, come era consuetudine, agendo su base trimestrale per i passivi e annuale per gli attivi. Fu poi il CICR, nel 2000, a ufficializzare l’obbligo per gli istituti Bancari di riconoscere ai titolari di conto corrente una periodicità pari alla propria nel calcolo degli interessi. Rimaneva però, nel decreto del ’99, una sanatoria di fatto per tutta la situazione pregressa, in base alla quale venivano considerate legittime le clausole per capitalizzazione trimestrale nei contratti stipulati in precedenza: una norma palesemente incostituzionale, come venne poi deliberato appunto dalla Corte alla fine del 2000.

Si giunge così al 2004, e alla conclusione del percorso, quando la sentenza 21095 della Cassazione stabilì inequivocabilmente che anche i pregressi addebiti anatocistici erano illegittimi, sostenendo, come illustrato dai fatti, che l’uso che aveva permesso tale capitalizzazione fosse non normativo, ma negoziale. Mancava infatti di un tratto essenziale: i correntisti non avevano accettato l’anatocismo praticato dalle banche perché fossero convinti che fosse legale (il che l’avrebbe qualificato come uso normativo), ma perché era il solo modo di aprire un conto corrente, e l’uso stesso non faceva perciò in alcun modo giurisprudenza. Vi fu un ultimo tentativo da parte del legislatore di contravvenire a questa decisione, nel decreto milleproroghe del 2010, quando si tentò di ricalcolare la prescrizione in senso favorevole agli istituti bancari; ma anche tale norma fu, nel 2012, dichiarata assolutamente incostituzionale dalla Corte, che ha quindi confermato, ormai definitivamente, il diritto a rivalersi sulle banche per l’anatocismo effettuato.


Perché si piega la lamiera?

A cosa serve la lamiera, nella vita di una persona comune? La risposta potrebbe stupirvi. Che tipo di materiale dovete usare, se costruite in un angolo del vostro giardino un piccolo capanno per i vostri attrezzi e vi occorre mettergli un tetto? E se, rimanendo in giardino, volete ricoprire e irrobustire la casa sull’albero che avete finalmente finito di costruire con i vostri figli? E spostandoci in garage, anche se qui ci muoviamo su terreno pericoloso: con che materiale potete realizzare una parte per la carrozzeria dell’auto? Sì, esatto: tutto questo, e molto altro, si fa con la lamiera. E la procedura che vi occorre conoscere per prendere questi fogli metallici (solitamente di acciaio) e trasformarli, facendo loro prendere la forma e la curvatura che vi occorre, è quella che nelle industrie e presso gli artigiani è nota come piegatura lamiere.

Se infatti la piegatura permette, oltre alle forme cui abbiamo brevemente accennato, di ottenerne anche molte altre, dalle coperture per i dispositivi elettrici fino ai condotti dell’aria, non è questo il suo unico effetto; l’alterazione della forma è infatti causa anche di modifiche alle caratteristiche meccaniche, il che permette applicazioni prima impraticabili. Ovviamente, come sono numerosi e diversi i tipi, i formati, e gli spessori delle lamiere, così lo sono le modalità di piegatura a cui sottoporle, e quindi anche gli strumenti che a tale scopo vengono utilizzati, dai più artigianali a quelli adatti al solo ambito industriale; non varia mai, tuttavia, l’importanza di effettuare precedentemente all’esecuzione della procedura le corrette pianificazioni e operazioni di preparazione, così da garantire la riuscita impeccabile del lavoro e, anche più importante, la propria sicurezza.

I numerosi tipi di lamiere cui abbiamo fatto breve cenno, infatti, si differenziano anche per le caratteristiche e le proprietà fisiche, dalla resistenza, al punto di fusione, fino alla conduttività elettrica, alla resilienza e a tante altre specifiche di tipo chimico. Per tenerne conto nel modo corretto è quindi indispensabile effettuare a tavolino dei calcoli precisi, che tengano conto dello spessore e della flessibilità, delle dimensioni della lamiera, e soprattutto del punto preciso di piegatura, che detterà – insieme all’angolo finale – la forza necessaria da applicare.


Abbeveratoi automatici: scopriamo cosa sono

L’allevamento degli animali allo scopo di sfruttarli come cibo, risorsa, compagnia, aiuto nel lavoro o cavalcatura è un’attività fra quelle che segnano il passaggio alla fase storica della cultura umana, ed è quindi una realtà ormai da millenni e millenni: ed è da altrettanto tempo, quindi, che gli uomini hanno dovuto imparare come garantire al meglio agli animali allevati quanto potesse loro servire. Pensiamo ad esempio alla necessità di far bere animali che, abituati a cercare l’acqua liberamente, erano ora chiusi in un recinto: l’invenzione degli abbeveratoi per animali fu sicuramente una delle prime legate all’arte dell’allevamento; e se questi strumenti non solo esistono, ma sono in uso regolare da così lungo tempo, non è per nulla strano che siano stati anch’essi oggetto di modifiche e migliorie nel corso dei secoli, come del resto è accaduto a qualsiasi nostro strumento o attrezzo. Pensiamo ad esempio agli attuali modelli automatizzati.

Per un allevatore, infatti, una delle prime considerazioni da fare, proprio sotto un profilo anche solo strettamente economico, è quella della salute dei propri animali: ogni capo è infatti un investimento considerevole, ed è solo logico proteggerlo dalle malattie. L’acqua da bere, ad esempio, è un veicolo di potenziali malattie molto serio, se non liberato regolarmente dai cadaveri degli insetti, dalle alghe, e dalle piccole larve di zanzara: purtroppo il tempo necessario a questa attività, soprattutto se ricordiamo che va svolta molto di frequente, è significativo, anche ora che le vasche vengono costruite in metallo galvanizzato, che oltre ad essere resistente è anche semplicissimo da pulire in maniera accurata. Non scordiamo poi che le vasche metalliche, difficili da rompere, sono però facili a piegarsi, magari in forme che potrebbero ferire gli animali stessi.

Gli abbeveratoi automatizzati risolvono tutti questi problemi già a partire dalla progettazione. Il metallo viene utilizzato solo per rivestire l’interno della vasca, proprio per sfruttarne la facilità di pulizia; per il corpo si preferisce impiegare il polipropilene, robusto e indeformabile anche se colpito più volte, nella ressa, dal calcio innervosito di qualche animale. Per garantire invece la pulizia, preso atto che il problema nasce soprattutto dall’avere una massa d’acqua stagnante, si è passati a costruire nella vasca una sorta di rubinetto a leva, che viene attivato dal muso stesso dell’animale ed eroga acqua solamente finchè esso beve, lasciando la vasca vuota, e quindi più pulita, per tutto il resto del tempo.